Leaderboards
Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto

“Cyberminacce sempre più aggressive: non esiste la sicurezza a costo zero”

I professionisti con decenni di esperienza nella difesa di reti critiche vanno valorizzati

SIENA. Egregio direttore, gentile redazione,

la notizia dei recenti attacchi informatici ai frigoriferi di mezza Europa, con conseguenze economiche importanti, ha sollevato pubblicamente il tema della sicurezza informatica. Quel lo che potrebbe sembrare un problema limitato ai frigoriferi industriali nasconde una realtà allarmante: nel perimetro digitale odierno, qualunque dispositivo connesso è una potenziale falla per penetrare nelle reti dove sono custoditi i dati personali e i servizi essenziali di milioni di cittadini.

Di fronte a minacce sempre più aggressive, il legislatore europeo e nazionale risponde moltiplicando giustamente gli obblighi. Con il recepimento della Direttiva NIS2, alle amministrazioni pubbliche — inclusi ospedali, università, comuni e gli altri enti territoriali — si richiedono standard di sicurezza di livello enterprise: presidio costante, analisi della catena di fornitura dei fornitori, piani di resilienza e notifiche di incidente entro 24 ore, pena pesanti responsabilità.

Tuttavia, tra il Legislatore e le sale server degli oltre 20.000 enti pubblici italiani si consuma una contraddizione insostenibile, che poggia su due nodi sistemici mai affrontati.

Il primo è l’illusione della sicurezza a costo zero. A fronte di adempimenti sempre più stringenti, i budget dedicati alla transizione digitale e alla cybersecurity sono cronicamente inadeguati, quando non inesistenti. Anni di tagli lineari ai finanziamenti ministeriali e ai fondi ordinari degli enti hanno ridotto all’osso la capacità di spesa per le infrastrutture. Troppo spesso le leggi contengono la beffarda clausola dell’«invarianza finanziaria»: si impongono doveri complessi pretendendo che vengano realizzati senza stanziare un solo euro aggiuntivo per rinnovare hardware obsoleto, acquisire licenze o fare monitoraggio avanzato.

Il secondo nodo è la valorizzazione del capitale umano. Hanno fatto discutere le recenti dichiarazioni del Ministro per la Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, sulla necessità di attrarre esperti di sicurezza cibernetica nella PA con retribuzioni adeguate. Una presa di coscienza condivisibile, ma che oggi si scontra con una realtà contrattuale desolante. Nei nostri enti, professionisti con decenni di esperienza nella difesa di reti critiche sono inquadrati in tabelle contrattuali ferme a retribuzioni lorde di 25.000–28.000 euro l’anno, a fronte di un mercato privato che offre cifre doppie o triple. Senza percorsi di carriera specialistici per il settore tecnologico, la PA si limita a fare da vivaio per poi assistere inerme alla fuga delle migliori competenze.

Non si può garantire la sovranità e la sicurezza digitale del Paese moltiplicando circolari burocratiche e scaricando responsabilità su chi gestisce sistemi complessi con risorse azzerate. Proteggere i servizi pubblici richiede investimenti strutturali nei bilanci degli enti e il coraggio di retribuire adeguatamente chi, ogni giorno, vigila silenziosamente sulla tutela dei nostri dati.

Cordiali saluti,

Michele Pinassi
Cybersecurity expert

[banner_mobile]