di Pierluigi Piccini
SIENA. Per secoli i senesi hanno cercato la Diana, il fiume nascosto che secondo la leggenda scorreva sotto la città e che avrebbe dovuto darle l’acqua e la ricchezza che la natura le negava. Il poeta li prese in giro per questo, mettendoli tra la gente vana che spera in Talamone e nella Diana. Eppure quel mito racconta qualcosa di vero sul carattere della città: l’idea che la prosperità possa venire da una risorsa nascosta, trovata una volta per tutte, più che dal lavoro quotidiano di chi la abita.
Nel Novecento la Diana sembrò finalmente trovata. Si chiamava Monte dei Paschi. Oggi quella risorsa non c’è più, e Siena si trova davanti alla domanda che ha sempre rimandato: come si vive quando non c’è più un fiume sotterraneo a cui attingere.
Per rispondere bisogna lasciare da parte la cronaca e guardare la struttura della città. Gli episodi, presi uno per uno, producono solo indignazione o rassegnazione. La struttura spiega invece perché gli episodi si ripetono e perché ogni tentativo di rilancio sembra arenarsi. Questa struttura ha tre dimensioni: un modello economico, una composizione sociale e una forma di governo. Sono nate insieme, si sono sostenute a vicenda e oggi entrano in crisi insieme.
Il modello economico senese è stato a lungo un’economia di rendita redistribuita. Non è un giudizio morale, è una descrizione. La ricchezza della città non nasceva soprattutto dalla produzione di beni e servizi venduti all’esterno, ma dal rendimento di un grande patrimonio accumulato nei secoli. La banca generava utili, una parte tornava al territorio, e intorno a questo flusso si organizzavano il lavoro, i servizi e la cultura. Accanto alla banca sono cresciuti gli altri grandi datori di lavoro: l’università, l’ospedale, la pubblica amministrazione. Ne è uscita un’economia fatta di servizi, in gran parte pubblici o vicini al pubblico, con redditi stabili e protetti. L’industria stava fuori, nei territori della provincia.
Questo modello ha avuto grandi meriti. Ha garantito stabilità, coesione sociale e servizi superiori a quelli che una città di queste dimensioni avrebbe potuto permettersi. Ha protetto il patrimonio storico, perché c’erano le risorse per mantenerlo. Ma aveva un difetto di fondo: non insegnava a competere. Quando la ricchezza arriva da un flusso che non dipende dalla capacità di innovare, non c’è bisogno di imparare a farlo. Le competenze d’impresa sono rimaste deboli, il capitale di rischio non si è formato e i giovani più intraprendenti hanno cercato altrove le loro occasioni. Così, quando la rendita si è esaurita, la città si è trovata senza un’economia alternativa pronta a prenderne il posto.
Al posto della banca, Siena si è appoggiata a due fonti: il settore pubblico e il turismo. Il primo garantisce ancora una base solida, ma non cresce e risponde a decisioni nazionali. Il secondo cresce, ma non può sostituire ciò che si è perso. Il turismo di una città d’arte produce molto fatturato e poco valore per chi ci vive: lavoro stagionale e poco qualificato, guadagni che si concentrano sulla proprietà immobiliare, prezzi delle case e degli affitti commerciali sempre più alti. Soprattutto, il turismo non si aggiunge alle altre attività, ma tende a sostituirle. Dove un appartamento rende di più affittato ai visitatori, i residenti se ne vanno. Dove un fondo rende di più come negozio per turisti, la bottega di quartiere chiude. La rendita bancaria viene così rimpiazzata da una rendita immobiliare, che a differenza della prima non torna alla comunità, ma resta a chi possiede.
Questo spostamento cambia la società. Siena si è retta a lungo su un ampio ceto medio di lavoratori dipendenti, con redditi sicuri e una casa in città. È stato questo ceto a far vivere le Contrade, le associazioni e la politica. Oggi si assottiglia. Invecchia, perché i figli non trovano lavori adeguati e partono. Si allontana dal centro, diventato troppo caro. Perde terreno, perché gli stipendi fissi valgono sempre meno in una città dove la vita costa molto. Al suo posto si forma una società più divisa: da una parte chi possiede immobili e guadagna dalla pressione turistica, dall’altra chi lavora nei servizi meno qualificati o nel pubblico con stipendi fermi. In mezzo si apre un vuoto. È un vuoto che pesa anche sulla politica, perché proprio il ceto medio è quello che sostiene le istituzioni comuni.
C’è poi un aspetto meno visibile: il tipo di legami che tengono insieme la città. Siena ha un capitale sociale enorme, ma di natura particolare. È fatto di appartenenze profonde, conoscenze personali e fedeltà di lunga durata. È ciò che rende viva la Contrada e solidale il vicinato. Però tende a chiudersi: protegge chi è dentro e rende difficile l’ingresso a chi viene da fuori. Per una città che deve attrarre ricercatori, imprese, nuovi residenti e studenti disposti a restare dopo la laurea, questo non basta. Servirebbero legami capaci di collegare mondi diversi, di accogliere competenze esterne e di far circolare le idee. Siena accoglie con cortesia, ma integra con fatica, e chi arriva per studiare o lavorare finisce spesso per ripartire.
Si arriva così alla questione decisiva, quella del governo. Il modo senese di governare si è formato in un’epoca di abbondanza. Quando ci sono risorse da distribuire, governare significa soprattutto assegnare: decidere chi riceve, quanto e per che cosa. In questo contesto la qualità più richiesta a una classe dirigente è la capacità di mediare e di tenere insieme gli interessi. Il sistema funzionava perché le stesse reti di persone attraversavano il Comune, la Fondazione, la banca, l’università e le associazioni. Questo garantiva coordinamento e rapidità, ma riduceva i controlli reciproci e la capacità di riconoscere gli errori. Ciò che è stabile e familiare smette di essere messo in discussione.
Quando le risorse vengono meno, quel modo di governare non funziona più. Governare non significa più distribuire, ma scegliere: dire dei no, stabilire priorità, rinunciare a qualcosa per ottenere altro. È un mestiere diverso, che richiede visione di lungo periodo, capacità di costruire alleanze fuori dal proprio recinto e disponibilità ad affrontare apertamente i conflitti. Siena non ha ancora compiuto questo passaggio. La sua classe dirigente, di qualunque colore, continua a usare gli strumenti dell’epoca dell’abbondanza: mediazione, rinvio, attenzione agli equilibri interni più che agli obiettivi. Ne deriva una paralisi che non dipende dall’incapacità dei singoli, ma da un’abitudine mentale costruita in un altro tempo.
A questo si aggiunge la dispersione dei centri di decisione. Un tempo il sistema senese aveva un baricentro. Oggi le scelte che contano per la città sono divise tra soggetti che non rispondono gli uni agli altri: lo Stato, la Regione, l’Unione europea, l’università con la sua autonomia, la sanità regionale, le fondazioni, i grandi gruppi privati con sede altrove. Ognuno persegue legittimamente i propri fini, ma nessuno ha il compito di comporli in un disegno comune. Il Comune, che dovrebbe farlo, ha poteri limitati e risorse scarse, e finisce per occuparsi della gestione ordinaria. Siena ha molte istituzioni forti, ma nessuna regia.
C’è infine una questione di scala che viene quasi sempre ignorata. Siena è una città piccola, ma è il capoluogo di un territorio ampio e ricco di risorse che la città non possiede: distretti manifatturieri, aree vinicole di fama mondiale, una montagna con un patrimonio energetico unico in Europa, borghi che attraggono un turismo di qualità. Per decenni la città ha guardato a questo territorio come a una periferia da cui ricevere risparmio e consenso. Oggi il suo futuro dipende dalla capacità di diventarne il centro di servizi avanzati, di ricerca, di formazione e di finanza. Un capoluogo che non produce ha senso solo se diventa il cervello di chi produce.
Messa insieme, la diagnosi è chiara. Siena ha perso la sua rendita principale e l’ha sostituita con una rendita peggiore. Vede assottigliarsi il ceto che la teneva unita. Possiede legami sociali preziosi ma chiusi. Conserva un modo di governare pensato per l’abbondanza in un’epoca di scarsità. Nessuno di questi problemi si risolve con un evento, un riconoscimento o un cambio di maggioranza. Sono problemi di modello.
La via d’uscita è smettere di cercare la Diana e tornare al fare. Siena dovrà vivere di ciò che sa fare, non di ciò che possiede. Gli elementi ci sono: un’università di qualità, un polo nelle scienze della vita, competenze sanitarie avanzate, un patrimonio culturale che può diventare un laboratorio di tecnologie per la conservazione e la gestione, un territorio che produce energia, vino, manifattura. Ma questi elementi diventano economia solo se si costruisce intorno a loro un ambiente favorevole: spazi per le nuove imprese, capitali disposti a rischiare, case a prezzi accessibili per i giovani, collegamenti veloci con Firenze e Roma. Senza la casa e senza il treno, ogni discorso sull’economia della conoscenza resta un esercizio retorico. E una città esiste solo se qualcuno ci abita: per questo la residenza deve tornare al centro delle politiche pubbliche, usando il patrimonio pubblico per offrire abitazioni sostenibili e governando il mercato degli affitti invece di subirlo.
Fin qui le cose da fare sono abbastanza chiare, e in parte se ne parla da anni. La domanda vera è un’altra: chi le gestisce. È qui che la transizione senese si inceppa. Il Comune non ha la forza per farlo da solo. La Fondazione non ha più le risorse di un tempo e deve ancora ridefinire il proprio ruolo. L’università guarda giustamente alla propria missione e ai propri parametri. La Regione e lo Stato sono lontani e hanno altre priorità. Le imprese del territorio non hanno mai avuto un luogo in cui contare davvero nelle scelte della città. Ognuno può fare la sua parte, ma nessuno è responsabile dell’insieme.
Serve dunque un soggetto che oggi non esiste: una regia stabile del territorio, con un mandato chiaro, obiettivi misurabili e l’obbligo di rendere conto dei risultati. Non un tavolo di rappresentanza dove ciascuno difende la propria posizione, ma una struttura capace di negoziare con chi decide altrove, di tenere insieme pubblico e privato, città e provincia, ricerca e impresa. In molte città asiatiche esiste da decenni una pratica di costruzione della città condivisa tra residenti, amministrazioni, imprese e università, con impegni reciproci e tempi lunghi. Non è partecipazione di facciata, è un modo diverso di intendere il governo: non un vertice che distribuisce, ma una rete che si assume la responsabilità del futuro comune.
Senza questo soggetto, anche le idee migliori resteranno elenchi di buone intenzioni, e la città continuerà a rincorrere la prossima Diana: un grande investitore, un finanziamento straordinario, un evento che risolva tutto. Con questo soggetto, invece, Siena potrebbe finalmente compiere il passaggio che rimanda da troppo tempo: da città che viveva di ciò che possedeva a città che vive di ciò che sa fare. È un passaggio lungo, che non si chiude nel tempo di un mandato, e proprio per questo la politica tende a evitarlo. Ma i senesi hanno diritto di sapere che la questione non è chi governa il Comune nei prossimi anni. La questione è se qualcuno sarà in grado di governare la trasformazione della città.


