Piccini: "Ora Siena deve porre le sue condizioni
di Pierluigi Piccini
SIENA. Con lo 0,20 per cento del capitale, la Fondazione Monte dei Paschi non sposta gli equilibri di un’assemblea. Eppure l’annuncio del presidente Riccardo Coppini, che porterà alla deputazione amministratrice del 23 ottobre la proposta di aderire all’offerta di Intesa Sanpaolo, pesa più di qualunque pacchetto azionario.
Pesa perché viene da Palazzo Sansedoni, cioè dall’ente nato nel 1995 dalla trasformazione del vecchio istituto di diritto pubblico proprio per custodire il legame tra la banca e la sua città. Chi ha vissuto quella stagione da sindaco sa che la Fondazione fu pensata come garanzia: uno strumento per accompagnare il Monte nel mercato senza che Siena ne perdesse la guida. Quella garanzia è stata dissipata negli anni di Antonveneta, e oggi se ne misurano le conseguenze.
Coppini parla con realismo: la difesa è una partita chiusa, conviene dialogare con chi arriva e ottenere il meglio possibile. È una posizione comprensibile, per certi versi onesta. Ma il realismo ha senso solo se porta con sé un’agenda, altrimenti diventa una presa d’atto travestita da scelta. La formula del “rapporto virtuoso” tra Intesa e le sue fondazioni azioniste va guardata da vicino. Quelle fondazioni siedono nel capitale del gruppo con quote che contano e hanno costruito la loro interlocuzione sul peso. Siena entra in quel sistema senza peso, con un’adesione che arriva a risultato già scritto. Il rischio è che il virtuosismo resti tutto dall’altra parte.
Per questo la deputazione non dovrebbe limitarsi a una valutazione positiva. Dovrebbe dire che cosa si aspetta. Quali funzioni della banca resteranno a Siena e con quale autonomia. Che cosa accadrà all’occupazione nella direzione generale e nella rete territoriale. Quale destino avrà il marchio, che non è un logo ma una storia di oltre cinque secoli. Come verrà trattata Rocca Salimbeni, che appartiene alla memoria dei senesi prima ancora che ai bilanci. E quale ruolo concreto avrà la Fondazione nei programmi che Intesa promette al territorio: risorse vincolate, progetti condivisi, tempi certi.
C’è poi una questione di metodo. Fino a ieri l’ente aveva sostenuto la linea dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio in nome dell’occupazione e del radicamento. Il cambio di rotta è legittimo, ma va spiegato alla città, non solo comunicato con una nota serale. Le istituzioni locali che hanno difeso il piano della banca devono ora ricostruire in pochi giorni una posizione nuova: lasciarle sole, o contrapporle alla Fondazione, sarebbe un errore proprio quando servirebbe una voce unica.
Il passaggio è anche simbolico, e a Siena i simboli non sono mai decorazioni. Per trent’anni la Fondazione è stata il luogo in cui la città esercitava una forma di sovranità sulla propria banca. Quella sovranità non c’è più, ed è inutile fingere il contrario. Ma un ente che non governa può ancora rappresentare, negoziare, pretendere. Il sì a Intesa può essere l’ultimo atto di una lunga resa oppure il primo di una presenza nuova. La differenza la faranno le condizioni che Siena saprà porre adesso, finché qualcuno ha ancora interesse ad ascoltarla.


