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Delfin consegna il Monte dei Paschi a Intesa Sanpaolo

A Siena restano il marchio e la sede, ma le decisioni si prendono altrove

di Pierluigi Piccini

SIENA. Nelle partite lunghe arriva un momento in cui i numeri diventano una sentenza. Per il Monte dei Paschi è arrivato nel fine settimana. Intesa Sanpaolo ha alzato l’offerta di venticinque centesimi per azione e ha posto ai soci un aut aut: se l’assemblea del 29 ottobre approverà anche una sola delle delibere di Lovaglio, dalla doppia offerta su Banco Bpm e Banca Generali all’extradividendo da quattro miliardi, l’Opas decadrà. Poche ore dopo Delfin, primo azionista con il 17,6 per cento, ha annunciato che aderirà e voterà di conseguenza.

Ad aprile era stata proprio l’astensione di Delfin a salvare Lovaglio. Oggi gli toglie il terreno sotto i piedi. Con Caltagirone si arriva intorno al 31 per cento, e la soglia dei due terzi diventa irraggiungibile. A Siena si valuta il rinvio: il 29 ottobre doveva essere il giorno della controffensiva, ora è una data da evitare.

Ma il passaggio più rivelatore riguarda il Tesoro, che da mesi si dichiara neutrale. È una neutralità che non regge. Lo Stato non è un osservatore: è azionista del Monte con il 4,8 per cento, residuo di un salvataggio pagato dai contribuenti. Annunciare che non parteciperà all’assemblea significa togliere dal tavolo quasi cinque punti che avrebbero potuto pesare, e farlo proprio mentre Lovaglio, il banchiere che lo stesso Giorgetti ringrazia per il risanamento, cerca ogni voto. Non votare, in un’assemblea decisa dalle maggioranze qualificate, è un voto. E c’è dell’altro. Aderendo all’offerta il Tesoro incasserebbe circa 185 milioni e diventerebbe socio di Intesa; l’alternativa sarebbe vendere sul mercato prima di novembre, con tempi ormai strettissimi. In entrambi i casi dovrà scegliere, e una delle due scelte paga. Lo Stato che salvò il Monte finirebbe così per guadagnare dalla sua scomparsa come banca autonoma. La premier, dopo aver evocato il rischio dello spezzatino, si è rimessa anche lei al mercato. Il nervo scoperto del governo, del resto, non è Siena ma la presa di Crédit Agricole su Bpm. Dire che decide il mercato, quando si è parte del mercato, non è neutralità: è una decisione presa senza assumersene la responsabilità.

E Siena? Meno di una settimana fa sindaca, Provincia e Regione scrivevano alla Commissione europea per chiedere verifiche sulla concorrenza. Sembra passato un secolo. Stavolta nessuno ha commentato, perché sul tavolo ci sono la divisione della rete e il destino della direzione generale.

Le garanzie offerte sono il marchio Mps e la sede a Rocca Salimbeni. Ma un marchio e una sede sono il nome e l’involucro, non un centro decisionale. La sostanza di una banca sta nel decidere sul credito, conoscere un territorio, formare una classe dirigente. Questo non si garantisce con un comunicato, ma con deleghe, strutture e persone. E le promesse vanno mantenute nel tempo, la risorsa che al Monte sembra mancare.

Alle istituzioni locali resta un solo spazio negoziale: quali funzioni resteranno davvero in città, quanti posti qualificati, quale impegno vincolante sul credito alle imprese toscane. Su questo, non sulla difesa di un nome, si misura se esiste ancora una classe dirigente.

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