di Pierluigi Piccini
SIENA. C’è un momento, in ogni storia di declino, in cui la strada è già segnata e nessuno vuole vederlo. Marco Parlangeli quel momento lo ha visto, lo ha detto, e per averlo detto ha lasciato l’incarico.
Il suo libro, I dieci anni che sconvolsero il Monte e gran parte del sistema bancario italiano (Edizioni La Vela, con la prefazione di Edoardo De Biasi), esce dopo essere rimasto quindici anni in un cassetto, e proprio in questo ritardo custodisce la sua forza: quando i fatti sono ormai diventati storia, e i protagonisti sono usciti di scena, la testimonianza smette di essere polemica e diventa documento. Parlangeli lo ripresenta ora a Siena, in dialogo con Stefano Bisi, nel momento in cui la banca più antica del mondo torna al centro della cronaca finanziaria con una nuova stagione di offerte e di manovre azionarie. E non è un caso.
Chi è stato direttore generale — provveditore, secondo la vecchia dizione senese — della Fondazione Monte dei Paschi nel decennio che va dal 2001 al 2011 ha guardato la caduta dall’interno, dal punto esatto in cui si concentravano tutte le tensioni: quello dell’azionista che era insieme espressione della comunità e custode di un patrimonio secolare.
La tesi del libro, ricostruita con rigore e con onestà, è netta e va tenuta ferma perché è la parte meno intuitiva: Antonveneta non fu la causa del crollo. Fu l’ultimo tassello, l’anello che concentrò in un solo asset, per giunta pagato per contanti e a un prezzo fuori mercato, tutte le risorse patrimoniali della Fondazione. Ma la rovina veniva da più lontano. Veniva dall’incapacità di riconoscere che il mestiere di fare banca era cambiato radicalmente.
Qui l’analisi di Parlangeli tocca il punto che ancora oggi conserva valore, ben oltre la vicenda senese. Il Monte era una banca-rete, fondata sulle filiali, sul contatto personale, sulla territorialità: un modello che aveva funzionato per secoli e che è rimasto vincente fino alla fine del Novecento. Poi sono arrivati la rete, gli smartphone, un cliente improvvisamente informato dei costi e dei processi, capace di operare fuori dallo sportello. La filiale, da presidio e da investimento, si è trasformata lentamente in un peso — cattedrale nel deserto, dice Parlangeli con un’immagine che chi cammina oggi per le città riconosce subito. In quel passaggio di soglia le banche di mezza taglia si sono trovate senza terra sotto i piedi: né grandi abbastanza da distribuire su milioni di clienti i costi crescenti dell’innovazione, né piccole abbastanza da restare artigiane di un territorio. Il Monte era esattamente lì, nel guado, né carne né pesce. E chi resta nel guado, quando la corrente cambia, viene portato via.
Da questa lettura nascevano le proposte che Parlangeli avanzò e che non trovarono ascolto: aggregazioni con soggetti di dimensione europea — le interlocuzioni con BNL, l’ipotesi Banco de Bilbao — che avrebbero fatto della Fondazione un azionista di rilievo dentro un gruppo molto più grande, con un flusso di dividendi che egli stimava nell’ordine di grandezze imponenti per il territorio senese. C’era persino la provocazione opposta e speculare: delistare, tornare banca regionale toscana, rinunciare all’ambizione nazionale per salvare la funzione storica. Strade divergenti, ma con un presupposto comune, ed è il presupposto che nessuno a Siena volle accettare: per crescere in modo sano bisognava scendere sotto la soglia di controllo. Bisognava, cioè, rinunciare al possesso pieno in cambio della sopravvivenza.
È il nodo civile del libro, e la sua parte più amara. La politica locale — comune, provincia, segreterie — tornò a rispolverare il vecchio dogma del polo aggregante: o tutto o niente, o la maggioranza assoluta o l’immobilità. Un concetto che finì persino nei programmi elettorali, così che un candidato sindaco si trovava a scrivere dell’assetto azionario di una banca, cosa che fuori da Siena riesce quasi incomprensibile.
Ma quel controllo assoluto chiedeva munizioni — patrimonio, risorse — che la Fondazione non aveva. Ed è la metafora più efficace del libro: come al gioco del Risiko, si possono conquistare territori spostando le armate, ma le armate sono sempre quelle, e ogni conquista indebolisce la base di partenza. Fu per finanziare quella conquista per contanti che si volle indebitare la Fondazione. E fu proprio contro quell’indebitamento che Parlangeli oppose il suo no — tecnicamente argomentato, corredato di soluzioni alternative, e completamente isolato. All’indomani di quella presa di posizione, il 2 luglio 2011, alla vigilia del Palio, firmava la rinuncia all’incarico su richiesta dell’allora presidente. La sua previsione — che la Fondazione avrebbe dovuto regalare la banca per rimborsare il debito — si avverò con un solo errore, quello sui tempi: non anni, ma pochi mesi.
Nel libro Parlangeli parla di assassini del Monte dei Paschi, e come in un buon giallo non tocca a chi scrive svelare i nomi: è giusto che li cerchi il lettore.
Ma il suo non è un libro di vendetta, ed è questa la qualità che merita rispetto. È un atto di memoria e di responsabilità civile, il gesto di chi ha voluto fissare i fatti perché non si perdessero e perché servissero a chi sarebbe venuto dopo a giudicare. C’è, in questa scelta, una lezione che vale al di là della finanza: la memoria non è nostalgia, è strumento di comprensione: chi non sa da quali percorsi si è arrivati al presente non è in grado di leggerlo. E il presente del Monte — questa nuova rotta di cui sono piene le cronache — è, come Parlangeli suggerisce, concausato dalle scelte di allora. Chi disse di no, e pagò quel no con la carriera, oggi può permettersi ciò che a chi è dentro i fatti è precluso: la distanza da cui si giudica. Vale la pena ascoltarlo.




