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Lessico e nuvole

Il mercato ha già un nome

di Pierluigi Piccini

SIENA. Ogni anno Cernobbio celebra lo stesso rito: si convoca il mercato come si convocava un tempo l’oracolo, gli si attribuisce l’ultima parola, ci si inchina alla sua imparzialità. E ogni anno, puntualmente, qualcuno che parla per lo Stato spiega all’oracolo cosa dovrà rispondere. È accaduto di nuovo. Il sottosegretario all’Economia ha definito l’Opas di Intesa in tandem con Unipol sul Monte “strutturata, importante e intelligente”, e la contromossa senese — le offerte su Banco Bpm e Banca Generali — “difensiva, meno strutturata”. Poi la clausola di stile: deciderà il mercato, solo una andrà in porto. Ma quando un’operazione è già stata battezzata intelligente da chi custodisce la quota pubblica, il verdetto del mercato ha smesso di essere una domanda ed è diventato una conferma attesa.

Vale la pena soffermarsi sul lessico, perché in queste partite il lessico è la cosa più concreta che ci sia. “Strutturata” contro “difensiva” non è una descrizione, è una gerarchia. L’una avrebbe forma, disegno, futuro; l’altra sarebbe reazione, arroccamento, sopravvivenza. È il modo più elegante per dire chi ha ragione fingendo di limitarsi a osservare. E la conferma arriva dallo stesso pulpito, quando si ammette che almeno una delle due offerte è costruita per sciogliere in anticipo il nodo delle concentrazioni, con Unipol pronta a entrare nella seconda fase attraverso Bper. Chi dice questo non sta prevedendo l’esito: sta dichiarando di conoscerlo. Non si prepara il terreno antitrust di un’operazione che si giudica incerta. Lo si prepara per quella che si è deciso debba vincere.

Sul residuo del Tesoro — quel 4,8 per cento che sopravvive come una reliquia — si torna alla teologia consueta della non influenza. Abbiamo dismesso solo quanto Bruxelles ci imponeva, non abbiamo mai condizionato la banca, prova ne sia che all’ultima assemblea non ci siamo presentati. È un ragionamento che si morde la coda. In una contesa dove ogni voto pesa e nessuno controlla la maggioranza, non presentarsi non è neutralità: è una posizione. L’astensione dello Stato, quando lo Stato tiene in mano il perno, è essa stessa una scelta di campo, tanto più eloquente quanto più silenziosa. E la promessa di cedere “al momento di massima convenienza” resta sospesa sulla domanda che nessuno pone: convenienza di chi, e misurata su quale metro. Perché la convenienza del contribuente e quella dell’operazione preferita possono coincidere solo se si è già deciso che sono la stessa cosa.

Poi c’è la parola destinata a fare più strada di tutte: integrità. Il ministro delle Imprese la pronuncia come uno scudo — quello che era un problema è diventato una grande opportunità, il nome è riscattato, va tutelata la sua integrità. A Siena la si è raccolta come una sponda, un argine contro la scalata. Ma la stessa parola, sullo stesso palco, conviveva con l’affermazione che la banca è ormai capace di acquisire o di essere acquisita: e una banca che può essere acquisita è, per definizione, una banca la cui integrità è già in vendita. Lo scudo e la spada sono lo stesso oggetto, tenuto per il verso che serve. Che dentro la maggioranza qualcun altro dicesse l’opposto — mercato sovrano, meno la politica interferisce meglio è — non è una contraddizione da nascondere: è la prova che “integrità” non è una linea di governo, è una copertura verbale stesa su una decisione già in larga parte presa.

Resta il punto che la mia rubrica insegue da mesi, e che qui torna nella sua forma più nuda. Ciò che si difende, a Siena, è sempre più un nome e sempre meno un corpo. Il Monte che Intesa insegue non è più l’istituto di un anno fa: è la banca già fusa con Mediobanca, con il via libera della vigilanza europea e i nuovi consiglieri cooptati in un consiglio che parla ormai un’altra lingua. Il perimetro l’ha ridisegnato la finanza, non il territorio. E mentre il Consiglio comunale vota all’unanimità documenti a tutela dell’integrità e si costituiscono coordinamenti permanenti tra Comune, Provincia, Regione e parlamentari, la partita vera si gioca su un tavolo dove Siena, del vecchio Monte, conserva appunto soltanto il nome.

Il primo snodo è il 10 settembre, in casa Intesa, con l’assemblea che dovrà autorizzare l’aumento a servizio dell’offerta. L’aggressore muove per primo, si presenta blindato da proxy advisor e precedenti rassicuranti, incassa l’endorsement lessicale del governo. La difesa senese si dispiega su un orizzonte più lungo, e in queste cose il tempo non è neutrale: premia chi parte, chi ha struttura e chi ha, per l’appunto, una benedizione già pronunciata. “Deciderà il mercato” è l’alibi perfetto, perché scarica sull’astratto una responsabilità politica precisa. Ma il mercato, questa volta, non deve ancora scegliere: gli è già stato suggerito il nome. E il nome, come sempre da queste parti, è l’ultima cosa che resta quando il corpo se n’è andato.

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