Federare le rappresentanze delle etichette identitarie per competere sul mercato globale
di Enzo Martinelli
SIENA. La vendemmia è sempre stata una festa, ma oggi raccogliere l’uva sapendo che in cantina le botti sono piene di vino invenduto, costituisce una vera e propria preoccupazione. Nelle provincia di Siena, per il rilievo che ha la viticultura, il fenomeno riguarda non solo i produttori della bevanda di Bacco ma tutta l’economia locale; merita dunque grande attenzione da parte della popolazione e di chi la governa per le implicazioni occupazionali e ambientali.
Quando ero ragazzo tre grandi feste allietavano il 70 per cento della popolazione allora addetta ai lavori agricoli: le raccolte del grano, dell’uva e delle olive. Fine giugno e luglio per la mietitura e trebbiatura, ottobre inoltrato per la vendemmia e dicembre per la raccolta delle olive. Le mutazioni climatiche hanno spostato i tempi delle “faccende” anticipandole addirittura di qualche mese. I cambiamenti socio economici maturati dagli anni ‘60 in avanti hanno ampliato “il lavoro” nell’industria e nel terziario, per cui le vicende del settore primario sembrano interessare soltanto gli addetti ai lavori (non invitati neppure a discutere delle vicende del Monte). Infine i sistemi di comunicazione, manipolati dalle nuove tecnologie, hanno creato “interessi alternativi” che nulla hanno a che fare con le “feste antiche” ora ignorate e irrilevanti per la stragrande maggioranza della popolazione. Eppure per le terre senesi molto estese e poco abitate se andasse in crisi il settore vitivinicolo si paventerebbe davvero un disastro economico. Ne farebbero le spese la diffusa occupazione del settore e tutto l’ambiente caratterizzato dall’incomparabile bellezza delle vigne. Va insomma posta grande attenzione alle vicende in atto che si manifestano in un perimetro ormai internazionale molto complesso e di non facile soluzione.
La produzione nazionale del vino oscilla annualmente da 40 a 50 hl/milioni all’anno. I consumi interni tendono a diminuire perché gli anziani, (quelli che lo bevono di più) purtroppo…muoiono, mentre i giovani…diversificano e consumano prodotti alternativi di moda. Per questo lo sbocco della produzione vitivinicola poggia soprattutto sull’esportazione. La concorrenza è però grande e difficile. Avere vini di pregio (Brunello, Chianti, Nobile e Vernaccia) aiuta, ma contro le multinazionali italiane del Nord (Veneto ed Emilia-Romagna) e di quelle straniere la lotta è dura. A tal fine ho un significativo ricordo. A inizio secolo, al Job&Orienta di Verona, da buon toscano propagandavo a tavola quei quattro marchi senesi con il presidente della locale Camera di Commercio. Questi mi rispose: “Per voi è facile vendere quel poco di vino che mettete in cantina. Ma lo sa che la sola provincia di Verona produce più vino di tutta la Toscana? Il problema del Veneto è vendere 10 ml/hl all’anno e noi ci alleniamo in questo comparto”. Rimasi sconcertato nell’apprendere che la produzione dell’intera Toscana non arrivava a 2 hl/milioni. A Verona già allora rinforzavano il grande Vinitaly che, dopo la guerra, era stato concepito e partorito nella fortezza medicea di Siena. Altri tempi e altre occasioni e opportunità mancate!
Oggi le turbolenze internazionali, la volatilità dei mercati, le oscillazioni valutarie, le politiche dei dazi strumenti di guerre ibride, l’approdo al mercato globale di nuovi soggetti, il mutamento dei gusti dei consumatori spesso suggerito dai monopolisti delle comunicazioni, rendono molto difficoltoso il contesto per gli agricoltori che devono programmare i loro interventi. Ridurre la produzione, usarla in parte per fare alcol, per produrre energia, eradicare parzialmente le vigne sono le ipotesi di lavoro che vengono tirate in ballo. Ma nella Toscana individualista e campanilista forse servirebbe forse unire le forze, federare le rappresentanze delle etichette identitarie per affrontare uniti i mercati esteri. Tanti consorzi, innumerevoli sigle, troppe piccole ambizioni e tante iniziative dispersive e localistiche per marcare il territorio. La Regione Toscana dovrebbe impegnare le proprie risorse per fare più sistema e meno assistenza, più pragmatismo e meno clientela. Proprio per la qualità dei suoi eccellenti prodotti, opportunamente commercializzati, l’Etruria potrà così continuare a rifornire ed allietare con i suoi vini le tavole dei cittadini di tutto il mondo.




