Per Magni "Il precedente UBI non smentisce lo smembramento del Monte: lo anticipa"
SIENA. Di seguito le considerazioni di Carlo Magni (Uilca Mps) sull’intervento a Cernobbio di Gros-pietro, presidente di Intesa San Paolo.
“Il futuro del Monte dei Paschi è entrato anche nei saloni di Cernobbio, dove, in questi giorni, la finanza, l’impresa e la politica discutono gli scenari del Paese. Vi è entrato in una fase particolarmente delicata: dopo la presentazione del progetto industriale alternativo con il quale MPS ha cercato di tornare protagonista del proprio futuro; alla vigilia di passaggi assembleari decisivi; dopo l’autorizzazione della Banca Centrale Europea alla fusione per incorporazione di Mediobanca e alle connesse riorganizzazioni societarie; soprattutto, a pochi giorni dal Consiglio comunale straordinario nel quale Siena, attraverso una mozione approvata all’unanimità, ha chiesto al Governo impegni chiari e formali per tutelare l’integrità della Banca.
In questo contesto, ogni parola possiede un peso e nessuna rassicurazione può essere considerata indipendentemente dal progetto industriale al quale si riferisce. Da Cernobbio è stato affermato che i timori espressi sulla perdita dell’autonomia, del marchio e della sede del Monte sarebbero infondati; è stato prospettato un futuro soddisfacente per gli azionisti, per i lavoratori e persino per i dirigenti, richiamando, quale dimostrazione della bontà di simili operazioni, il precedente di UBI Banca.
Proprio UBI Banca?
Il paragone, più che rassicurare, sorprende; perché UBI non fu semplicemente integrata in un gruppo più grande: venne acquisita, incorporata e smembrata. Una parte consistente della sua rete, delle attività, dei rapporti con la clientela e del personale fu ceduta a BPER. Per essere precisi, 455 filiali e 132 punti operativi provenienti direttamente da UBI confluirono in un compendio complessivo di 486 filiali, 134 punti operativi e 5.107 persone trasferito a BPER; tutto ciò che rimase venne assorbito da Intesa. UBI cessò così di esistere come banca autonoma, come soggetto industriale e come centro unitario di governo.
Si potrà sostenere che quell’operazione sia stata economicamente vantaggiosa per gli azionisti; si potrà ricordare che alcuni dirigenti abbiano trovato collocazione nella nuova struttura e che le lavoratrici e i lavoratori abbiano conservato il proprio rapporto di lavoro. Sono considerazioni legittime, ma non modificano la realtà: gli azionisti sono rimasti, il personale è stato distribuito tra realtà differenti, mentre la banca è scomparsa. Un dividendo può remunerare meglio un investimento; non può restituire a un’azienda l’esistenza che ha perduto.
Ed è precisamente questo a rendere il precedente UBI tanto pertinente alla vicenda del Monte dei Paschi, ma nel senso opposto a quello nel quale è stato evocato. Anche il progetto oggi presentato da Intesa prevede l’acquisizione dell’intero Gruppo e la successiva divisione del suo perimetro: da una parte, un’entità bancaria comprendente circa 635 filiali MPS, il marchio storico e gran parte delle strutture centrali necessarie al suo funzionamento, destinata a essere ceduta a Unipol e successivamente integrata con BPER; dall’altra, circa 625 filiali MPS e l’intera Mediobanca, che rimarrebbero all’interno di Intesa. Due perimetri, due destinazioni industriali, una sola conseguenza: la perdita dell’integrità dell’attuale Gruppo Monte dei Paschi.
Non siamo, dunque, dinanzi a una preoccupazione inventata dalle Organizzazioni Sindacali, a una paura alimentata dalla politica locale o a un eccesso di sensibilità senese. Lo smembramento non è un’interpretazione ostile dell’offerta: è la sua architettura dichiarata. Si potrà discutere della convenienza economica dell’operazione, delle sinergie annunciate e dei benefici prospettati; non si può però sostenere che dividere una banca tra soggetti e destinazioni differenti equivalga a conservarne l’integrità.
Un marchio può sopravvivere sopra un’insegna mentre la realtà aziendale che lo ha generato viene dispersa. Una sede può continuare a essere indicata su una carta intestata mentre le funzioni decisionali, la governance e il governo effettivo dell’impresa si spostano altrove. Persino un nome antico può essere conservato, purché reso disponibile per una realtà nuova e diversa, dopo averne separato la rete, le attività, le strutture centrali, le persone e le competenze. Ma questa non è la continuità del Monte dei Paschi: è la sopravvivenza del suo nome dopo la dissoluzione del suo attuale perimetro industriale.
È esattamente la distinzione che le Organizzazioni Sindacali aziendali hanno affermato nel comunicato unitario e ribadito dinanzi al Consiglio comunale. Non abbiamo mai chiesto che il Monte rimanga immobile, né abbiamo assunto una posizione pregiudizialmente contraria alle aggregazioni. Abbiamo detto qualcosa di assai più serio: ogni progetto deve essere valutato per ciò che concretamente produce sull’occupazione, sulle professionalità, sulla rete commerciale, sui poli decentrati, sulla Direzione Generale, sui territori e sulla continuità aziendale. La tutela delle persone è imprescindibile, ma non può essere separata dalla salvaguardia della realtà nella quale quelle persone lavorano e hanno costruito il risanamento.
Il Consiglio comunale di Siena, pronunciandosi all’unanimità, non ha chiesto una targa commemorativa per ricordare ciò che il Monte è stato, né la semplice conservazione di alcune insegne nel centro storico. Ha chiesto impegni formali a tutela dell’integrità della Banca e del suo legame con Siena e con il territorio, riconoscendo che questa integrità costituisce un interesse non soltanto locale o toscano, ma nazionale. La stessa posizione è stata espressa unitariamente dai Coordinamenti sindacali: difendere il Monte significa tutelarne la rete, la Direzione Generale, le strutture centrali, l’occupazione, le professionalità e la capacità di continuare a operare come soggetto riconoscibile nel sistema bancario italiano.
Non è municipalismo; non è nostalgia; non è la pretesa di sottrarre una banca alle regole del mercato. È politica industriale nel significato più autentico del termine: interrogarsi non soltanto su chi acquisirà cosa, ma su quale banca resterà, su quale funzione continuerà a svolgere, su dove saranno assunte le decisioni e su quali conseguenze ricadranno sulle persone, sulle imprese e sui territori.
Anche la politica, pertanto, non può limitarsi a invocare astrattamente la sovranità del mercato. Da una parte si afferma che il Monte, essendo tornato efficiente, solido e competitivo, possa essere acquisito ma possa anche acquisire e debba comunque mantenere la propria integrità; dall’altra si sostiene che la politica debba restare estranea al risiko bancario. Eppure, finché lo Stato conserva una partecipazione nel capitale di MPS, non può comportarsi come un osservatore privo di responsabilità. Nessuno gli chiede di imporre d’autorità il vincitore di una contesa privata; gli si chiede di esercitare consapevolmente i diritti dell’azionista pubblico e di valutare quale progetto tuteli meglio l’interesse generale, l’integrità della Banca e il valore costruito anche attraverso ingenti risorse pubbliche.
Nelle stesse ore, l’autorizzazione della Banca Centrale Europea alla fusione per incorporazione di Mediobanca e alle operazioni di riorganizzazione previste da MPS ha introdotto un fatto formale che non può essere ignorato. Non garantisce il successo dell’intero progetto alternativo, che dovrà essere esaminato dagli azionisti, dal mercato e dalle Autorità competenti; dimostra, tuttavia, che il Monte non è una realtà condannata ad attendere passivamente la propria destinazione, ma una banca che possiede ancora la forza per proporre una strada e concorrere alla costruzione del proprio futuro.
È per questo che continuo a esprimere con nettezza la mia posizione. Non per obbedire a una convenienza politica, non per difendere assetti di potere e neppure per un riflesso di appartenenza privo di ragione. Lo faccio perché, dopo quasi trentasette anni trascorsi dentro questa Banca, conosco il prezzo pagato dalle lavoratrici e dai lavoratori per renderne possibile il risanamento; perché dietro i risultati oggi celebrati vi sono sacrifici, riduzioni degli organici, riorganizzazioni, pressioni crescenti e una professionalità che non è mai venuta meno. Ripetere che l’integrità del Gruppo e la tutela delle persone sono inseparabili non è ostinazione: è responsabilità.
Non esiste, da parte nostra, un’adesione incondizionata al progetto alternativo soltanto perché presentato dal Monte. Dovrà essere approfondito, verificato e, dove necessario, corretto. Ma esiste una differenza sostanziale tra un progetto nel quale MPS prova a rimanere unito e protagonista e uno scenario nel quale il suo perimetro viene preventivamente diviso, assegnato e redistribuito. Negare questa differenza non sarebbe equilibrio: sarebbe mistificazione.
Se davvero si vuole rassicurare Siena, i territori e le persone del Monte, servono impegni industriali vincolanti sull’unitarietà della Banca, sull’occupazione, sulla consistenza della rete, sulla Direzione Generale, sulle strutture centrali, sulle professionalità e sul potere decisionale. Servono atti esigibili, non suggestioni; garanzie formali, non promesse fondate sulla futura soddisfazione degli azionisti.
Invocare UBI per negare che il Monte possa essere smembrato significa scegliere il precedente che dimostra esattamente il contrario. È come esibire il certificato di demolizione di un edificio quale garanzia della sua futura stabilità.
Se, per dimostrare che il Monte dei Paschi continuerà a esistere, si porta come esempio una banca che come soggetto autonomo non esiste più, quella non è una rassicurazione.
È una confessione involontaria”.




