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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
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E adesso?! Il vuoto assistenziale post dimissioni ospedaliere

Lettera aperta di Marco caregiver forzato del padre

SIENA. Si parla continuamente di sanità. Si inaugurano reparti, si tagliano nastri,

si fanno conferenze stampa. Poi, però, arriva il giorno delle dimissioni.
Ed è lì che lo Stato scompare.

Mio padre è entrato in ospedale il 29 maggio 2026 per un ictus. Era già
invalido al 100%, in seguito a una ricostruzione della vescica effettuata
nel 2009, che lo ha lasciato completamente incontinente. È rimasto ricoverato quasi due mesi, fino al 22 luglio.
Quando è stato dimesso, nessuno si è chiesto dove sarebbe tornato. Nessuno si è domandato se la casa fosse accessibile, se ci fosse qualcuno in grado di assisterlo ventiquattr’ore su ventiquattro o se la famiglia avesse i mezzi economici per farlo.
Semplicemente ce lo hanno restituito.

Viviamo in un’abitazione dove la carrozzina non passa nemmeno dalla
porta del bagno. Ogni doccia è una lotta. Ogni cambio è una prova di
forza. Ogni giornata è un percorso a ostacoli che nessuno vede e che
nessuno racconta.
Mia madre ha 76 anni. Dopo trent’anni dal divorzio si è ritrovata a dover stravolgere completamente la propria vita. Ma a 76 anni non si possono pretendere la forza fisica e la resistenza necessarie per sollevare, lavaree assistere quotidianamente una persona non autosufficiente.

Io sono disoccupato. E la beffa è che non posso nemmeno cercare un
lavoro. Se trovassi un’occupazione, chi cambierebbe mio padre? Chi gli
darebbe da mangiare? Chi lo laverebbe? Chi lo aiuterebbe a vivere con un minimo di dignità?
In Italia si dice che il lavoro nobilita. A me, invece, lo Stato impedisce
perfino di cercarlo.

Ad oggi nessuno ci ha illustrato un vero percorso di fisioterapia o
logopedia. Ci è stato soltanto detto che, fino al rinnovo dell’invalidità, gli
eventuali trasporti saranno a nostre spese. È surreale che una persona
già riconosciuta invalida al 100%, oggi ulteriormente devastata da un ictus, debba ancora sottoporsi a procedure burocratiche per dimostrare l’evidenza.

Per trovare una struttura adeguata ci hanno parlato di circa otto mesi di
attesa. Otto mesi. Nel frattempo cosa dovrebbe fare una famiglia?
Arrangiarsi. Sempre e soltanto arrangiarsi.
E non voglio nemmeno entrare nel merito delle condizioni in cui versa
ormai una parte della sanità pubblica, perché quello meriterebbe un’altra
lettera.

Durante il ricovero abbiamo visto con i nostri occhi reparti dove perfino
sostituire le lenzuola diventava difficile per la carenza di materiale,
familiari costretti a portare da casa l’addensante per permettere ai propri
cari di bere in sicurezza e infermieri, operatori socio-sanitari e medici
costretti a correre senza sosta da un paziente all’altro. Non perché
mancassero la professionalità o la voglia di lavorare, ma perché
mancavano le persone.
Il personale sanitario non è il problema. Al contrario, è spesso la prima vittima di un sistema che lo ha lasciato solo. Abbiamo incontrato
professionisti straordinari che hanno fatto tutto il possibile per assistere
mio padre, nonostante turni massacranti, organici ridotti all’osso e
condizioni di lavoro che definire difficili è poco. A loro va il nostro sincero grazie.

Le responsabilità stanno più in alto. Sono di una politica che da anni
considera la sanità una voce di bilancio invece che un diritto
costituzionale. Sono di chi preferisce spendere milioni di euro in
personale assunto “a gettone”, pagato molto più di quanto costerebbe
assumere stabilmente medici e infermieri, invece di investire negli
organici, programmare il futuro e restituire dignità al Servizio Sanitario
Nazionale. È un paradosso che paghiamo tutti con le nostre tasse: si
dice che non ci sono soldi per assumere, ma poi si spendono cifre ben maggiori per tamponare un’emergenza creata dalla politica stessa.
Alla fine il conto lo pagano tutti: i professionisti, costretti a lavorare in
condizioni impossibili; i cittadini, che finanziano questo sistema; e
soprattutto i malati, che dovrebbero essere il centro della sanità e invece
troppo spesso ne diventano le vittime.È questa la vera malattia della sanità italiana: l’abbandono dopo le
dimissioni.
Gli ospedali curano il paziente. Poi il paziente diventa un problema della
famiglia. E se la famiglia è povera, anziana o semplicemente normale,
viene lasciata sola.

Si dice che la sanità sia universale. Non è vero. È universale solo finché
sei dentro un ospedale. Appena esci, la qualità delle cure dipende dal tuo conto corrente. Se puoi permetterti assistenza privata, badanti e
strutture specializzate hai una possibilità. Se non puoi, sei condannato a trasformare la tua casa in un reparto improvvisato e la tua famiglia in personale sanitario non retribuito.

Nel frattempo la politica continua a discutere di slogan, polemiche social, nemici di giornata e campagne elettorali infinite. Un giorno
l’immigrazione, il giorno dopo la sicurezza, poi una polemica ideologica, poi ancora una battaglia combattuta a colpi di post e hashtag. Intanto milioni di italiani aspettano una visita, una diagnosi, un posto letto, una struttura per un familiare non autosufficiente o semplicemente un aiuto per non essere lasciati soli.
La non autosufficienza, l’assistenza domiciliare, i caregiver familiari, le
liste d’attesa, il sostegno alle famiglie: queste dovrebbero essere
emergenze nazionali. E invece sembrano interessare solo a chi le vive sulla propria pelle.

La politica dovrebbe ricordare una cosa molto semplice: chi viene eletto
è al servizio dei cittadini, non dei propri interessi elettorali. E invece
assistiamo a una campagna elettorale permanente, fatta di slogan,
propaganda e ricerca ossessiva del consenso. Governare è diventato
un mestiere da conservare, non una responsabilità da onorare.
Servono persone competenti, capaci di amministrare e di risolvere
problemi, non semplicemente di occupare i social network o i talk show.
Perché mentre la politica litiga su temi che dividono e portano voti, c’è
un Paese reale che aspetta risposte su ciò che conta davvero: la salute,
il lavoro, la dignità delle persone.

Questa non è solo la storia di mio padre.È la storia di migliaia di famiglie che ogni giorno sostituiscono lo Stato senza essere preparate, senza essere aiutate e spesso senza essere
nemmeno ascoltate.
Quando un malato viene dimesso, non termina il suo percorso di cura.
Comincia quello della sua famiglia.
Ed è proprio lì che, oggi, lo Stato italiano sceglie troppo spesso di
voltarsi dall’altra parte.
Se la politica vuole davvero riconquistare la fiducia dei cittadini, smetta di vivere in un’eterna campagna elettorale e torni a occuparsi delle persone. Perché la dignità di un Paese non si misura dagli slogan, ma da come tratta i suoi malati, i suoi anziani e le loro famiglie.
Perché la verità è una sola: in Italia non ci si sente abbandonati quando
ci si ammala. Ci si sente abbandonati quando si torna a casa. Ed è allora che si scopre quanto lo Stato sia disposto a lasciarti solo.
Con amarezza, ma con la speranza che qualcuno abbia ancora voglia di
ascoltare,
Marco

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