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Crèdit Agricole preferisce la fusione tra Banco BPM e il proprio braccio italiano

Non è un giudizio sul Monte: è la difesa di un possesso

di Pierluigi Piccini

SIENA. Il comunicato è di quelli che dicono per sottrazione. Banco BPM, il 31 luglio, ribadisce il forte razionale strategico e industriale del progetto, constata, che – a quasi due mesi dalla Lettera del 7 giugno – non si sono verificate le condizioni per un accordo condiviso con MPS, e delibera all’unanimità di interrompere le consultazioni. Sotto la levigatezza, una resa. Ma per capirla non serve leggere Milano: bisogna ascoltare Parigi, dove la partita era già stata decisa la mattina di quello stesso venerdì, in una call sui conti del semestre.

Crédit Agricole, primo azionista del Banco con il 29,3% e quattro consiglieri nel board, ha bocciato l’ipotesi di fusione con Montepaschi. In questa fase è molto difficile, ha detto il suo amministratore delegato, vedere come una combinazione tra MPS e Banco BPM possa creare valore per gli azionisti del Banco. E, perché non restassero equivoci, il messaggio politico: con quel 29,3% siamo indispensabili, nulla può essere fatto contro di noi o senza di noi. È aritmetica prima ancora che strategia. Quella quota sfiora la soglia di controllo del 30% e consente ai francesi di determinare l’esito delle assemblee straordinarie; e una fusione tra pari, senza assemblea straordinaria, non si fa. Il Banco non poteva muoversi contro il proprio socio di riferimento, il socio non voleva muoversi. La delibera serale non era una scelta, era un atto notarile.

Perché quel no? Non per prudenza. Perché Crédit Agricole ha un disegno, e non lo nasconde: il suo scenario preferito resta la fusione tra Banco BPM e il proprio braccio italiano, Crédit Agricole Italia. La quota portata pazientemente fin quasi al controllo non è denaro parcheggiato, è un’opzione tenuta aperta sul destino del Banco. Consegnare BPM a un’aggregazione senese avrebbe voluto dire diluire quell’opzione. Il no non è un giudizio sul Monte: è la difesa di un possesso.

Qui va allargato lo sguardo, perché la vera cornice è un’altra. Il terzo polo bancario tanto voluto dal governo è stato costruito consegnando le chiavi del Monte a due casseforti private, e spingendo poi la banca risanata dentro il grande gioco: la scalata a Mediobanca, la caccia a Generali per interposta persona. Ma appena il Monte è tornato soggetto attivo, è tornato anche oggetto conteso. L’8 giugno Intesa Sanpaolo ha lanciato la sua offerta su MPS-Mediobanca, un’operazione fino a 30,6 miliardi disegnata con eleganza per superare l’Antitrust: trattiene Mediobanca e circa 625 sportelli, e cede a Unipol un’entità autonoma con il marchio storico e 635 filiali. Con il Banco fuori dai giochi, quell’offerta resta l’unica sul tavolo, e la strada verso l’assemblea di settembre si è spalancata.

E allora chi governa davvero il Monte? Non Roma, non Siena. Due holding. Delfin, la cassaforte dei Del Vecchio, è primo azionista con il 17,5%; Caltagirone il secondo, poco sopra il 10%. Sono entrati quando il Tesoro, che nel 2017 aveva salvato la banca con il 68% del capitale, ha tagliato la propria quota sotto il 5%. È il paradosso perfetto: il custode nominato dallo Stato è diventato il venditore. Messina dichiara di avere buoni rapporti con entrambi e di essere certo che accoglieranno con favore l’offerta; insieme sfiorano un terzo del capitale, quanto basta a rendere quasi automatica la soglia di adesione necessaria. Il governo del Monte, oggi, ha questi due nomi — e un terzo, quello pubblico, ridotto a comparsa.

Ma proprio perché il quadro è questo, non tutto è già scritto. I due registi non sono più in simbiosi: alla primavera scorsa Delfin ha votato per confermare l’amministratore delegato uscente, Caltagirone ha sponsorizzato un altro nome. I destini si sono separati. E nessuno dei due gioca a mani libere: Delfin è legata a un maxi-prestito da undici miliardi erogato da un pool di banche in cui UniCredit ha un ruolo di primo piano, e resta dentro Generali; Caltagirone è terzo socio del Leone. Tutta la partita — Monte, Mediobanca, Generali — si tiene su questo incrocio: chi si muove su una casella scopre il fianco su un’altra. Sono legature, non libertà. Ed è nelle legature che chi difende trova le poche prese possibili.

Le carte che restano vanno nominate per quello che sono, senza consolazioni. La prima è Unipol-BPER, e va giocata sapendo che non è un’alternativa a Intesa ma un pezzo del suo stesso congegno: il marchio Monte dei Paschi, gran parte delle attività e 635 filiali finirebbero a Unipol, che controlla BPER. È lì, e solo lì, che sopravvive qualcosa che porti il nome del Monte con un corpo territoriale. Ma è il Monte senza Siena: la carta non riguarda la sovranità, riguarda i termini — presidio sul territorio, sedi, occupazione, il vincolo di un nome che non diventi soltanto un’insegna da rivendere. Poco? Sì. Ma è la differenza tra un residuo negoziato e un residuo subìto.

La seconda carta è il governo che non risponde, ed è la figura più amara del quadro. Ha immaginato il terzo polo, ci ha messo dentro Caltagirone e Delfin, e ora assiste allo smontaggio della propria creatura per mano degli stessi soci che ha voluto. Il Tesoro ha una sola leva vera, il golden power, e proprio quella tace: è pensata contro il pericolo straniero, e qui lo straniero, i francesi, sta sull’altra sponda, quella di Piazza Meda, non su Siena. La leva pubblica è più politica che giuridica. Significa una cosa sola: pretendere che chi ha voluto il polo si assuma la responsabilità di ciò che ne fa, e lo faccia in pubblico, non nel silenzio.

Giocare, allora, non vuol dire fermare Intesa: l’aritmetica dei soci lo rende quasi impossibile. Vuol dire contrattare le condizioni del residuo e costringere l’attore pubblico a comparire. Non lasciare nulla di intentato, sì — ma con gli occhi aperti su ciò che è in gioco e su ciò che non lo è più. Perché resta la ferita di fondo, e non è di finanza: al tavolo dove si decide il destino della sua istituzione più antica, il solo soggetto che non ha carte in mano è Siena. Il nome del Monte lo pronunciano tutti; la voce di chi quel nome lo ha generato non entra nella stanza.

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