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Il custode “illuminato” del barile

Enzo Martinelli commenta il congresso provinciale del PD

di Enzo Martinelli 

SIENA. E’ trascorso ormai mezzo secolo da quando la Federazione senese del Partito Comunista era al primo posto in Italia nella classifica del rapporto tra popolazione residente e iscritti al sodalizio di Enrico Berlinguer. Riccardo Margheriti, poi eletto senatore, gestiva la burocrazia del piccolo ministero di viale Curtatone a capo di organismi politici scaturiti da congressi che avevano visto confrontarsi la sinistra di Ingrao, la destra di Amendola, ma nella quale il centro berlingueriano era l’asse portante del partito. Nei Comuni della provincia e a Siena la direzione del PCI aveva diritto di nomina e di veto su ogni argomento di consistente rilevanza politica. La mediazione era lo strumento privilegiato per gestire l’unità organizzativa dell’apparato, gli indirizzi e il controllo delle strutture fiancheggiatrici operanti nei vari settori produttivi della società. Il segretario aveva un peso politico non solo locale ma anche a Roma, dove la sede di Botteghe Oscure fu comprata con il denaro prestato (ma restituito?) dal Monte dei Paschi, nella cui deputazione era sempre presente un rappresentante del PCI.

Quel sistema di potere costruito allora, con le sue forti articolazioni, consolidate nel tempo, vive e vegeta ancora oggi non scalfito da 8 anni di amministrazione civica del centrodestra. Le strutture di potere, con i loro autonomi apparati, non hanno bisogno di “nuove radici” vagheggiate dai rinnovatori di turno. Avrebbero semmai bisogno di un partito solido e credibile che oggi invece si è trasformato a poco più di un comitato elettorale. Risulta infatti decimata la lista degli iscritti e quasi azzerata la burocrazia interna. La partecipazione dei tesserati al congresso è stata scarsa. Solo il 50% dei convocati ha preso parte alle votazioni, ridotti a “votifici”, secondo quanto dichiarato dal leader della lista di minoranza, che ha definito altresì “avvilente” il dibattito interno. L’oligarchia di quello che gli avversari chiamano “il sistema di potere rosso”, è davvero plurale. Non discetta e non si divide tra riformisti e massimalisti, europeisti e neutralisti, ex comunisti o ex democristiani, pacifisti e militaristi. La pluralità di posizioni politiche converge al singolare nella generale opposizione alla Meloni e al centrodestra. Il resto si vedrà… dopo. Ma quando e come?

Dunque un potere forte e un partito debole. Il congresso in fin dei conti era chiamato a rimpiazzare e nominare il custode del barile con persone brave, valenti e fidate, che assicurassero continuità e stabilità all’equilibrio politico esistente. Si potrà dire che il congresso ha parzialmente deluso le attese dei soci (quelli che divagano) e anche degli interlocutori politici vicini e lontani. Occorre però riconoscere che il Pd è forse l’unico partito che prova a fare i congressi su tutto il territorio provinciale, ad alimentare la partecipazione dei cittadini alla vita politica e a selezionare formalmente i dirigenti. Gli altri movimenti vanno avanti con i commissari, le cooptazioni e con ristrette amorfe conventicole.

Intanto alcuni gruppetti politici e civici (quelli sopravvissuti alle elezioni amministrative) hanno subito salutato con benevolenza il ricambio del segretario. Ammiccare al potere (compreso quello nascente o supposto) è un debole degli italiani. Il fatto poi che “il nuovo” si dichiari portatore di “illuminazione” affascina non poco gli ambienti politici locali, soprattutto in tempi di cara… energia.

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