di Paolo Piochi
SIENA. Stanno rimbombando ancora nell’aria gli echi di galoppi concitati e le urla dei contradaioli per un crescendo di toccanti appuntamenti intercorsi anche nel recente Palio di luglio dalle fasi della tratta alla conclusione della corsa, così da far vibrare gli animi di entusiasmi, di speranze, di gioie e di delusioni sfociati poi in irrefrenabili canti, pianti, sorrisi, vigorosi abbracci, affettuosi baci.
All’indomani della carriera, rinviata per precauzione a causa della incertezza di avverse condizioni meteo, e ad avvenuta estrazione delle tre Contrade per il prossimo Palio di agosto, che già si preannuncia assai infuocato, come ormai da prassi, sono state rilasciate autorevoli dichiarazioni sia da parte dei protagonisti che degli analisti, ascoltate le solite prese di posizione per situazioni non appaganti date dalle agitate ed interminabili manfrine della mossa, manifestate inoltre accese osservazioni che si ripetono da anni sui tempi e sul ruolo della rincorsa e sulle eufemistiche discutibili prestazioni di un mossiere verosimilmente assecondato con ipocrita diplomazia da alcuni diretti interessati che si prestano al gioco, esternate anche riflessioni su taluni comportamenti dei contradaioli e così via, alimentando inevitabili tensioni, dissapori, malumori e rancori.
Per la riconosciuta animosità di noi senesi, sarebbe stato davvero molto preoccupante se tutto ciò non si fosse puntualmente verificato, nonostante valga sempre il detto che “chi ‘n vince… perde!”.
Sebbene sia ormai una diffusa opinione, pare superfluo sottolineare che tutto ciò che oggi gravita intorno al mondo del Palio ha subito di recente significativi stravolgimenti a tal punto che le inquietudini per cui nulla veniva mai dato in precedenza per scontato hanno ceduto purtroppo il passo a certezze più che evidenti rimaste peraltro inalterate invece per una serie di adempimenti scanditi in maniera così perfetta e puntuale, tra i quali cito ad esempio l’accresciuta presenza di un’imponente macchina della sicurezza, un insostituibile supporto operativo delle maestranze da dimostrare sempre un’impeccabile ed ammirevole organizzazione, l’impetuosa carica a cavallo dei Carabinieri in alta uniforme.
In tale contesto, condizionato all’ansia da prestazioni, ad intessere strategie ed accordi segreti con i fantini, al rispetto di un minuzioso protocollo volto all’addestramento dei cavalli, alla effettuazione delle prove regolamentate, ha fatto da cornice come sempre la presentazione del “cencio” realizzato quest’anno dal pittore Ismaele Nones, un momento solenne in cui – come è stato dichiarato – l’attesa ha preso finalmente forma e dove l’esegesi propria del dipinto si avvale di un critico d’arte che aiuta a rilevare ed esaltare particolari che possono sfuggire ad una superficiale e più immediata visione dell’opera, peraltro più o meno apprezzata dal popolo, particolari rimarcati anche da certe confidenze/confessioni esternate di volta in volta dall’artista sulle motivazioni e sensibilità che sono state all’origine stessa della sua creazione.
Sulla particolare materia pittorica non voglio dilungarmi oltre, non solo perché non possiedo adeguate competenze per poter giudicare qualsivoglia opera, ma soprattutto per la consapevole difficoltà che l’estro e la maestria richiesta deve saper far dialogare l’arte con certe ricorrenze plurisecolari; ne è una palese testimonianza quella attuata di solito da un artista non senese che cerca di avvalersi preventivamente di approfondire conoscenze personali sulla nostra Festa, di ascoltare curiose vicende ed aneddoti della vita contradaiola, di frequentare/visitare luoghi della città, ecc..
Ciò su cui in questa sede vorrei però richiamare per un attimo l’attenzione, sgombrando peraltro il campo da qualsiasi inutile ed isterica polemica del tutto gratuita, sono talune licenze artistiche concesse ai pittori che negli ultimi anni si sono avvicendati nel dipingere il drappellone, tutti pittori di indubbio valore e prestigio che hanno interpretato le loro opere con immagini che risentono di ispirazioni molto personali e, soprattutto, della scuola di pensiero cui appartengono.
E’ inutile precisare che all’atto del conferimento dell’incarico ogni artista sa benissimo di dover rispettare una iconografia Mariana differente per le due carriere, il tema di riferimento della dedica che può essere la ricorrenza della nascita o morte di illustri personaggi del passato o l’anniversario di straordinari eventi della storia, riportare almeno gli stemmi del Comune di Siena, dei Terzi di Città, della famiglia del sindaco protempore ed ovviamente i simboli/colori delle dieci Contrade partecipanti al Palio.
Per tutto quanto sopra anticipato, mi permetto di far rilevare, in particolare, che in questi ultimi anni i simboli delle dieci Contrade che andranno a contendersi sul Campo la vittoria del Palio vengono dipinti non rispecchiando fedelmente quell’ordine stabilito dalle bandiere esposte alle trifore del Palazzo Comunale; uno stesso ordine che viene invece considerato, ad esempio, sia dai barbareschi che si presentano di fronte al palco dei Capitani la mattina della tratta, sia per alcune prove in base ad un preciso articolo del Regolamento del Palio, sia dalle comparse per sfilare durante il Corteo storico, sia per abbellire con i vessilli taluni palazzi nobiliari o per tutte le altre eventuali attraenti manifestazioni previste per la Festa anche dal Rituale Contradaiolo.
Forse qualcuno potrà obiettare che di fronte ad un complesso e delicato svolgimento di un Palio unito alla incontenibile eccitazione di una agognata vittoria, la riproduzione in ordine sparso degli stemmi/colori delle Contrade su un drappellone di seta sia un tema di poco conto; pur tuttavia credo invece che anche l’osservanza di tale ordine non debba diventare solo un requisito di cronaca, ma faccia parte a pieno titolo di una memoria storica che non può essere alterata dal ripetersi di vezzi artistici.
Per questi motivi riterrei allora opportuno suggerire, in ossequio anche a tradizioni ormai consolidate ed a quanto già possiamo rilevare dai preziosi drappelloni conservati nei musei delle Contrade, che tra i vari imprescindibili riferimenti riconducibili ad una determinata carriera il pittore incaricato sia obbligato a dover dipingere sul “cencio” di seta i simboli dei dieci rioni partecipanti al Palio, attenendosi a quell’ordine più sopra richiamato che, in questi ultimi anni, sembrerebbe diventato purtroppo di irrilevante e di secondario aspetto, un ordine che anche nel campo delle idee, come soleva dire Giambattista Vico, non dovrebbe essere lasciato ad una libera interpretazione, ma procedere invece secondo l’ordine stesso della realtà delle cose.
Sarebbe auspicabile che l’evidenza di così apparenti marginali cambiamenti ormai in atto non sfuggissero ad una fondamentale attenzione dei vari Organismi che sovrintendono la nostra Festa, se non vogliamo pian piano far dimenticare ciò che era stato il Palio di Siena.





















