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Bandiera verde, bandiera bianca

di Pierluigi Piccini

SIENA. Il Palio del 2 luglio è stato rinviato alle 12.45. Tenete a mente quell’orario, perché è lì che sta tutto. La corsa era alle 19.30: mancavano sette ore. Sette ore in cui poteva uscire il sole, alzarsi il vento, asciugarsi il tufo. Poteva andare bene o poteva andare male: nessuno lo sa. Ed è proprio questo il punto: nessuno lo sa perché nessuno ha voluto vederlo. Si è deciso a mezzogiorno che il pomeriggio non valeva la pena di aspettarlo.

Questa non è stata la scelta della città. La città avrebbe aspettato in Piazza, col naso all’insù, come ha sempre fatto. Basta sentire il malumore che è esploso dopo. È stata la scelta di chi comanda. E qui c’è il problema vero: Siena e chi la governa non ragionano più allo stesso modo. La città si chiede ancora: cosa possiamo fare? Chi la governa si chiede: cosa possiamo perdere? Sono due domande opposte. La prima è di chi combatte. La seconda è di chi ha paura.

E la paura si capisce da dove viene. La banca in bilico da anni. Le istituzioni in affanno. Una città che conta sempre meno. Chi ha perso tanto, alla fine, smette di rischiare: rinuncia prima, per non perdere ancora. E chiama questa rinuncia “prudenza”. Ma non è prudenza. È rassegnazione con un vestito buono.

Qualcuno dirà: ma nel 2024 e nel 2025 si aspettò fino a sera. Vero. Ed è proprio questo che fa paura. La rassegnazione non arriva tutta in una volta: arriva a tappe. Due anni fa si resistette fino al temporale. L’anno scorso pure. E la lezione che chi governa ne ha tirato fuori non è stata “abbiamo difeso la nostra data fino all’ultimo”, ma “abbiamo sofferto per niente”. Così quest’anno si è firmato a mezzogiorno. Ogni resa prepara la successiva. Sempre un po’ prima.

E c’è un motivo se si continua così: è un modo di decidere che non può mai avere torto. Se piove, avevano ragione. Se esce il sole, “non si poteva sapere”. Comunque vada, sono a posto. Ma una decisione che non può mai essere sbagliata non impara mai niente, e infatti si ripete ogni anno, sempre più presto. In più la responsabilità, divisa tra sindaco, tecnici e dieci Capitani, alla fine non ce l’ha nessuno. E un cambiamento che nessuno ha mai messo ai voti non si può nemmeno contestare. Nessuno sbaglia mai, nessuno risponde mai, nessuno ha mai deciso: eppure tutto cambia. Ognuno di questi pezzi sembra ragionevole. Messi insieme dicono una cosa sola: non c’è più la volontà.

E doveva capitare proprio al Palio, che è costruito sul principio opposto. Al Palio si combatte fino all’ultimo secondo: perdere è previsto, arrendersi no. Per secoli, in mezzo a guerre e pestilenze, Siena ha tenuto in piedi questa Festa perché era la sua scuola di volontà: il giorno in cui la città, anche ferita, si ricordava chi è. E doveva capitare proprio a luglio, al Palio della Madonna di Provenzano, che nasce da un voto, cioè da un atto di fiducia. Per secoli quel cielo si è guardato come si guarda una promessa. Quest’anno lo si è guardato come si guarda un pericolo. Il cielo è lo stesso. È cambiato chi guarda.

Diranno che è stato amore: proteggere l’unica cosa preziosa rimasta. Ma non si può amare una Festa fatta di coraggio e averne paura. Il fuoco non si custodisce tenendolo spento.

Ecco perché quella bandiera verde delle 12.45 dice molto più di un rinvio. Dice come si è ridotti a decidere: arrendendosi prima. Chi non aspetta nemmeno più che spiova, ha smesso di credere che possa spiovere. Non solo sul Palio: su tutto. Però una speranza c’è, ed è proprio nella distanza tra la città e chi la comanda: la Piazza voleva aspettare. Il giorno in cui Siena tornerà a somigliare alla sua Piazza più che ai suoi uffici, tornerà a correre. Anche col cielo incerto. Soprattutto col cielo incerto.

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