SIENA. Il dibattito che da tempo attraversa il sistema bancario italiano ed europeo sembra ormai dominato da una categoria concettuale che, per la forza con cui viene ripetuta e per la naturalezza con cui viene assunta come premessa di ogni ragionamento, ha finito per trasformarsi da variabile industriale in principio quasi ordinatore dell’intero settore: la dimensione; non più la dimensione come possibile strumento di efficienza, da valutare caso per caso alla luce di un progetto imprenditoriale riconoscibile, di un disegno organizzativo coerente e di una verificabile capacità di produrre valore non soltanto per il capitale investito ma anche per l’economia reale, bensì la dimensione come argomento autosufficiente, come criterio che pretende di risolvere in sé la complessità del credito, quasi che il semplice aumento della massa patrimoniale, della quota di mercato, della capitalizzazione o del perimetro operativo bastasse a dimostrare la razionalità di un’operazione e, addirittura, la sua coincidenza con l’interesse generale.
In questa impostazione vi è un evidente slittamento teorico, perché ciò che può essere vero in termini relativi — e cioè che determinate aggregazioni possano produrre economie di scala, capacità di investimento tecnologico, rafforzamento patrimoniale e maggiore competitività in un mercato sempre più complesso — viene trasformato in una verità assoluta, sottratta al vaglio delle conseguenze concrete; e tale passaggio, che nel linguaggio corrente viene spesso presentato come semplice realismo economico, nasconde invece una precisa opzione culturale, nella quale il punto di vista dell’azionista tende a diventare il punto di vista del sistema, mentre gli altri interessi coinvolti dalla vita di una banca, quelli dei risparmiatori, dei correntisti, delle imprese affidate, dei territori, delle comunità locali e delle lavoratrici e dei lavoratori, vengono considerati soltanto nella misura in cui non ostacolino la narrazione dominante.
La banca, tuttavia, non è un’impresa qualsiasi, perché non amministra soltanto capitale proprio, non produce un bene neutro e non vive in una relazione puramente contrattuale con il mercato; essa raccoglie risparmio, seleziona credito, decide quali attività economiche potranno svilupparsi, quali famiglie potranno accedere a un finanziamento, quali imprese saranno accompagnate in una fase di investimento o di difficoltà, quali territori conserveranno un presidio economico e quali, invece, verranno progressivamente consegnati alla desertificazione bancaria. Per questa ragione il credito conserva una natura istituzionale e sociale che nessuna modernizzazione può cancellare senza alterare il fondamento stesso della funzione bancaria. Una banca può e deve essere efficiente, redditizia, patrimonialmente solida, tecnologicamente avanzata; ma se la sua efficienza viene misurata esclusivamente attraverso il rendimento del capitale, essa smette di essere pienamente banca nel senso storico, economico e civile del termine, diventando soltanto una macchina finanziaria orientata alla massimizzazione di indicatori che non esauriscono affatto il valore che il credito produce nella società.
È dentro questa cornice che deve essere collocato anche il caso del Monte dei Paschi di Siena e, più in generale, il modo in cui vengono raccontate le operazioni straordinarie che oggi lo riguardano, compresa l’OPS di Intesa Sanpaolo, perché ciò che appare particolarmente significativo non è soltanto la legittimità industriale o societaria di una determinata iniziativa, che appartiene alle valutazioni degli organi competenti, delle autorità di vigilanza e del mercato, ma la pretesa di presentare la concentrazione come passaggio ineluttabile, quasi che il bene del Paese coincidesse automaticamente con la riduzione degli operatori, con la crescita dei soggetti già maggiori e con l’assorbimento progressivo di storie, professionalità, culture aziendali e presìdi territoriali dentro perimetri sempre più vasti e sempre più lontani dai luoghi nei quali il credito esercita concretamente la propria funzione.
Non è affatto dimostrato che questo sia, sempre e comunque, il bene del Paese. Può essere il bene di una determinata strategia industriale, può essere il bene di una determinata compagine azionaria, può essere il bene di un mercato che premia la semplificazione degli assetti e la promessa delle sinergie, ma l’interesse nazionale è categoria assai più esigente e non può essere invocata come formula retorica per neutralizzare ogni domanda. L’interesse del Paese richiede stabilità, certamente, ma anche concorrenza; richiede efficienza, ma anche pluralismo; richiede patrimonializzazione, ma anche prossimità; richiede innovazione, ma anche capacità di mantenere vivo il rapporto tra credito ed economia reale; richiede banche forti, ma non necessariamente un sistema nel quale la forza venga identificata soltanto con la grandezza e nel quale ogni soggetto autonomo, per il solo fatto di non appartenere al vertice dimensionale del mercato, venga considerato provvisorio, contendibile, superabile.
Il Monte dei Paschi, in questa prospettiva, non rappresenta soltanto una vicenda societaria, né può essere ridotto a un nome dentro una partita di mercato. Rappresenta un tema di politica bancaria, di equilibrio territoriale, di memoria economica e di responsabilità istituzionale. La sua storia, il suo radicamento, il patrimonio professionale delle sue persone, il rapporto con Siena, con la Toscana e con una parte significativa del tessuto produttivo nazionale non sono elementi sentimentali da collocare fuori dall’analisi economica, ma componenti reali di valore, perché in banca la fiducia, la conoscenza, la continuità delle relazioni e la prossimità decisionale non sono ornamenti retorici: sono fattori produttivi.
Per questo motivo la domanda seria non è se la dimensione serva o non serva, perché posta così sarebbe una domanda rozza e insufficiente; la domanda vera è a quale progetto essa serva, quali interessi ordini, quali effetti produca, quali autonomie conservi, quali professionalità valorizzi, quali territori continui a presidiare e quale idea di credito consegni al futuro. Se la crescita dimensionale è lo strumento attraverso cui una banca migliora la propria capacità di servire famiglie, imprese, risparmio e comunità, essa può essere valutata senza pregiudizi; se invece diventa il dogma attraverso cui si giustifica ogni concentrazione, allora non siamo più nel campo della razionalità industriale, ma in quello dell’ideologia economica.
E le ideologie, anche quando indossano il linguaggio tecnico dei mercati, restano tali soprattutto per ciò che impediscono di vedere: impediscono di vedere che una banca non è grande perché incorpora, ma perché serve; non è moderna perché concentra, ma perché innova senza recidere i legami sociali; non è utile al Paese perché aumenta la propria dimensione, ma perché contribuisce a distribuire credito, fiducia, sviluppo e lavoro in modo equilibrato. La dimensione può essere una forza; non può diventare una fede. E quando una fede viene presentata come destino, il primo dovere di chi conosce il credito non è assecondarla, ma sottoporla finalmente a critica.
Uilca Mps


