La fotografia della situazione italiana sulle medie imprese tra continuità e trasformazione
di Letizia Pini
SIENA. Si è tenuta questa mattina, nellstorica Sala San Donato nella sede di MPS a Siena, la presentazione del XXV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane. Il report, intitolato “Le medie imprese italiane tra continuità e trasformazione: governance, capitale umano e geopolitica”, è stato realizzato dall’Area Studi di Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e da Unioncamere.
Dall’analisi emerge la fotografia di un comparto cruciale e dinamico, che produce il 16% del fatturato della manifattura nazionale, il 15% del valore aggiunto e il 13% di esportazioni e occupazione complessiva. In quasi trent’anni, questo segmento è cresciuto costantemente: le imprese sono salite a 3.491, il giro d’affari è balzato del +178,3% e l’export del +290,7%. In Toscana, il 9% di queste realtà è concentrato proprio nel territorio senese, dove genera ricavi per 1,1 miliardi di euro (il 10% del totale regionale).
Con un parterre e una platea d’eccezione è stata data una restituzione dell’attuale situazione italiana in chiave di svolta futura dove peculiarità, criticità e opportunità sono alla portata ma come non mai inficiate dall’attuale situazione geopolitica in atto. “Incertezza” è la nuova parola che sta scalzando la tanto usata finora “resilienza“. Ma nell’incertezza del momento si deve navigare e sapere traghettare oltre.
Navigare nell’incertezza globale
Davanti a una platea d’eccezione, i relatori hanno evidenziato come la parola “incertezza” abbia ormai scalzato il concetto di “resilienza”. Nonostante le stime per il 2026 restino positive, con una crescita prevista del fatturato (+2,5%) e delle esportazioni (+2,7%), oltre 7 aziende su 10 temono che le tensioni geopolitiche internazionali e la volatilità dei costi di energia e materie prime possano frenare i ricavi nei prossimi 12 mesi. Inoltre, solo il 20% degli imprenditori ritiene di avere gli strumenti adatti per affrontare questa instabilità.
Il nodo delle competenze e il fattore demografico
Un altro grande freno alla crescita è la mancanza di personale, che interessa quasi il 90% delle aziende, specialmente per figure tecniche e operative. Il presidente di Unioncamere, Andrea Prete, e il rettore dell’Università di Siena, Roberto Di Pietra, hanno lanciato l’allarme sulla fuga di competenze e sul calo demografico, elementi che privano le imprese di linfa giovane. Per attrarre gli under 35 (che oggi rappresentano il 41% delle nuove assunzioni ma faticano a raggiungere ruoli di responsabilità), le PMI stanno puntando su welfare aziendale (51,9%), formazione (48,1%) e incentivi economici. Attualmente, il 77% ricorre anche a manodopera straniera per sopperire alle carenze.
Innovazione, Deep-Tech e Governance familiare
La via per la competitività passa inevitabilmente dalla tecnologia. Se il 76,3% delle imprese continuerà a investire in innovazione incrementale, il 34,9% è pronto a scommettere sul Deep-Tech (intelligenza artificiale, robotica, cloud). Una scelta strategica lungimirante: la produttività del lavoro è stimata crescere del 6,1% nelle imprese che adottano tecnologie avanzate, contro appena l’1,6% delle altre. Resta invece più tradizionale e statica la governance. Il 65% delle medie imprese è controllato da un’unica famiglia, spesso con logiche di successione interne poco formalizzate e board dall’età media avanzata (60 anni). Le donne occupano solo il 21% delle cariche nei consigli di amministrazione e gli stranieri appena il 3,3%. Anche l’apertura del capitale verso investitori esterni viene vista con estrema cautela: l’83% la esclude o la rimanda per paura di perdere l’autonomia decisionale.
Le richieste delle imprese per il futuro
In questo scenario complesso, il tessuto produttivo chiede il supporto delle istituzioni e del sistema creditizio. Le riforme strutturali più urgenti invocate dagli imprenditori riguardano la riduzione del carico fiscale sul lavoro (il tax rate medio delle medie imprese è del 26,5%, contro il 22% delle grandi aziende) e una profonda semplificazione burocratica. Come sottolineato dal presidente della Camera di Commercio di Arezzo-Siena, Massimo Guasconi, e dal vicesindaco di Siena, Michele Capitani, la sfida del futuro sarà quella di utilizzare al meglio le risorse del PNRR per trasformare la burocrazia da mero strumento di controllo a motore di effettivo sostegno dello sviluppo industriale.
“Le medie imprese industriali italiane restano uno dei pilastri più solidi del nostro sistema produttivo, per capacità competitiva, presenza nelle filiere e apertura ai mercati esteri” ha detto Andrea Prete, Presidente di Unioncamere. “Proprio per questo, l’aumento dell’incertezza internazionale e la volatilità dei costi energetici e delle materie prime non vanno sottovalutati: possono ridurre il potenziale di crescita di queste imprese. Occorre accompagnare questi campioni del made in Italy con politiche industriali, strumenti finanziari e servizi territoriali capaci di rafforzarne resilienza e investimenti”.
“I risultati ottenuti dalle medie imprese manifatturiere italiane negli ultimi trent’anni sono molto positivi, ma restano ancora ampi spazi di miglioramento. Nell’indagine di quest’anno emerge un dato significativo: solo 2 imprese su 10 ritengono di avere strumenti adeguati per affrontare l’incertezza. È un tema centrale per l’imprenditore, perché la capacità di creare profitto nasce proprio dal saper prendere decisioni in contesti incerti. In questa prospettiva, il modello anglosassone propone l’istituzione di un Future Readiness Committee, pensato per supportare il top management nell’analisi degli scenari più complessi e nella definizione delle iniziative necessarie” – sostiene Gabriele Barbaresco, Direttore dell’Area Studi Mediobanca.
“Le medie imprese sono uno dei punti di forza del capitalismo familiare italiano: imprese solide, radicate nei territori e capaci di competere anche sui mercati internazionali” ha detto Giuseppe Molinari, Presidente del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne. “La loro competitività futura passerà però dalla capacità di coniugare la continuità del modello imprenditoriale con una trasformazione più profonda, fatta di investimenti nelle tecnologie più avanzate e nel capitale umano. Perché l’innovazione genera valore soprattutto quando le imprese riescono a integrare nuove tecnologie, competenze qualificate e formazione”.
“Oggi le medie imprese italiane, strettamente connesse alle dinamiche geopolitiche globali, devono accelerare la trasformazione interna e abbracciare l’innovazione per rimanere competitive”, commenta Massimo Guasconi, Presidente Camera di commercio di Arezzo-Siena. “Questo salto tecnologico, tuttavia, funziona solo se viaggia di pari passo con la valorizzazione delle competenze e del capitale umano. Come sistema camerale, siamo pronti ad accompagnare le nostre imprese in una sfida che integri continuità e transizione”.
Oltre agli interventi programmati, il plauso dei relatori e degli ospiti d’onore al convegno e alla scelta del luogo, culla di storia e intrisa di molti profondi significati viete anche le attuali vicende.
Il vicesindaco di Siena Michele Capitani ha portato il saluto dell’Amministrazione “per questo momento di confronto importante con gli autorevoli ospiti e le autorevoli autorità di questo convegno. D’altra parte il nostro tessuto è quello delle piccole e medie imprese, quindi analizzarlo soprattutto con una tematica come questa – la continuità e la trasformazione – che sono temi che abbracciano anche la città tutti i giorni, problematiche ci troviamo ad affrontare come amministrazione comunale”.
Il rettore dell’Università degli Studi di Siena Roberto di Siena ha tenuto a precisare ai nostri microfoni che ” in una mattinata un po’ particolare, questa siamo durante i giorni del palio, siamo in casa MPS. E siamo a parlare di uno dei motori della nostra economia dell’economia italiana che è quello delle medie imprese. che è un motore che continua a preservare determinate caratteristiche che sono quelle sostanzialmente della manifattura che riguarda i settori dell’industria meccanica dell’agroalimentare e dei servizi alla persona che conferma determinate caratteristiche in termini di capacità di essere resistenti alle ondate della geopolitica e di dell’incertezza che abbiamo attorno che conferma delle caratteristiche di grande flessibilità e di grande adattabilità a come i mercati si stanno modificando, ma che ovviamente manifesta delle criticità che devono essere affrontate che riguardano la capacità di innovazione, la capacità di introdurre I temi del Deep tech che vanno dalla robotica all’intelligenza artificiale che vanno anche alla capacità di intercettare le competenze di giovani laureati e laureate che possono davvero rendere possibile un rinnovamento all’interno delle medie imprese nel rapporto che viene presentato si sottolinea per esempio che i livelli di governance sono molto maturi avanti con l’età e invece forse avremmo bisogno di mettere risorse nuove intelligenze nuove anche ai livelli di governance”.
Andrea Prete, presidente di Unioncamere ha anche precisato che “la presentazione di questo report ormai alla 20ª edizione è realizzato dall’Istituto Tagliacarne – centro studi delle camere di Commercio – e da Mediobanca è uno studio sulle medie imprese italiane. Leggendolo si comprende perché siamo ancora alla seconda manifattura europea: più di 3400 imprese a condizione familiare che crescono combattono sui mercati di tutto il mondo hanno successo sono solide guardano al futuro ovviamente in momenti come questi hanno un problema legato all’incertezza che ovviamente frena gli investimenti e hanno delle difficoltà per esempio nella ricerca delle competenze perché oggi trovare un talento è complicato sappiamo che è un problema serio per tutto il paese e queste aziende sono quelle che soffrono di più, che hanno bisogno ovviamente di linfa nuova di persone specializzate nei vari ambiti per portare avanti i loro progetti industriali e questa è una carenza che stiamo segnalando in maniera importante. Pesa anche il calo demografico che genera un carenza di talenti”.
Il presidente della Camera di commercio di Arezzo-Siena Massimo Guasconi aggiunge che lo studio elaborato dalla Camera Nazionale e dall’area studi di Mediobanca fotografa un’ossatura imprenditoriale di piccole e medie imprese (focalizzata sul Centro-Nord) resiliente e solida. Nonostante il contesto geopolitico complesso, i conflitti e i rincari eccezionali di energia e logistica, le PMI hanno dimostrato una grande capacità di tenuta, registrando persino un incremento significativo nelle esportazioni e nel fatturato. Le aziende sono state in grado di rimodellarsi e rispondere con efficienza alle nuove sfide internazionali, anche se l’ultimo trimestre evidenzia una contrazione delle marginalità economiche dovuta all’aumento dei costi, ai dazi e ai ritardi logistici nel reperimento di componenti essenziali per completare le filiere produttive. Tra le criticità emergenti spiccano la grave difficoltà nel reperire figure professionali qualificate e la forte spinta verso la trasformazione digitale, in particolare nell’adozione dell’intelligenza artificiale e dell’automazione per ottimizzare i processi aziendali. In questo percorso di transizione e resilienza, lo studio evidenzia infine come rimanga assolutamente vitale e strategico l’affiancamento del mondo del credito e dei servizi finanziari a supporto delle imprese.
Nel suo intervento anche l’Ambasciatrice Elisabetta Belloni ha sottolineato come il disordine geopolitico e il protezionismo stiano trasformando l’ottimismo del libero mercato in un’ansia da dipendenza strategica, esposta a minacce ibride e attacchi cyber. Per rispondere a questo scenario, l’85% delle imprese (fortemente internazionalizzate) sta riorganizzando le scorte e le catene di fornitura, mentre il 41% pianifica investimenti in tecnologie Net-Zero entro il 2028. Fondamentale il ruolo della tecnologia non sganciato dal fattore ‘capitale umano’. La fuga di competenze e il quadro di accelerato invecchiamento demografico pongono seri problemi dove sia necessario mappare le proprie eccellenze e attuare riforme strutturali profonde passando anche dalla semplificazione dove la burocrazia diventi strumento di effettivo sostegno allo sviluppo.
Flessibilità, qualità e brand: le leve per affrontare l’incertezza
Il 73,9% delle medie imprese ritiene che l’attuale contesto internazionale abbia generato un incremento dell’incertezza sull’attività e sulle prospettive di business. Oltre la metà di queste indica la volatilità dei costi energetici e delle materie prime (54,5%) e le tensioni geopolitiche internazionali (53,8%) come principali fattori di rischio. Coerentemente con questo scenario, tra il 2026 e il 2028 il 41% delle Mid-Cap ha in programma di investire in tecnologie Net-Zero.
In questo quadro emerge un modello competitivo fortemente orientato all’adattamento, dove la flessibilità e la personalizzazione dell’offerta rappresentano la leva principale (65,8%). Il posizionamento si fonda soprattutto su asset immateriali, come notorietà e reputazione del brand (53,4%), qualità dei prodotti con capacità di premium pricing (46%), competenze e professionalità del personale (42,4%), affiancati da un crescente ruolo di innovazione e know-how tecnologico (34,7%). Più marginali le leve tradizionali, come prezzo (21,8%), rete distributiva (13,2%) e sostenibilità (10,5%).
Nonostante il contesto sfidante, le medie imprese nell’ultimo biennio sono riuscite a preservare redditività e margini (66,2%), a rafforzare il posizionamento attraverso il consolidamento del brand (41,5%) e ad ampliare la propria offerta (38,1%). Esse confermano, inoltre, un’elevata capacità di creazione di valore: nel periodo 2015-2024 hanno generato in media 7,8 mila euro per addetto, con una continuità di performance superiore rispetto ad altri segmenti dimensionali, che hanno registrato anche episodi di distruzione di valore. Questa stabilità evidenzia la maggiore resilienza del modello della media impresa italiana, meno esposto a oscillazioni cicliche.
Le prospettive future restano tuttavia legate anche a fattori esterni: l’81,7% auspica un miglioramento del quadro economico internazionale, insieme alla riduzione dei costi degli input (55,6%) e del carico fiscale sul lavoro (40,7%). Proprio la fiscalità continua a incidere significativamente, con un tax rate medio (26,5%) superiore a quello delle grandi imprese (22%). Lo stesso “cuneo fiscale” sul lavoro resta un tema di avvertita criticità.
Apertura internazionale e maggiore esposizione ai rischi globali
L’85% delle medie imprese è fortemente orientato sui mercati internazionali nel duplice ruolo di importatore ed esportatore, a conferma della rilevanza di questa realtà produttiva nelle catene internazionali del valore. Ma per questo le Mid-Cap sono anche più esposte ai rischi globali, a partire dai costi di approvvigionamento previsti in aumento nei prossimi sei mesi da 6 medie imprese su 10 come effetto dell’incertezza. Anche per questo il 18,9% ha in programma un aumento delle scorte e il 12,6% una riorganizzazione delle catene di fornitura.
Materie prime critiche: preoccupazione per 4 medie imprese su 10
8 medie imprese su 10 acquistano direttamente materie prime critiche e di queste 4 su 10 hanno riscontrato problemi di approvvigionamento o prevedono di averli. E nei prossimi sei mesi quasi la totalità delle medie imprese (96%) ritiene che le tensioni negli approvvigionamenti avranno ripercussioni concrete sull’attività aziendale, con riflessi in particolare sui rincari del prodotto finito (67,1%), sui ritardi nella consegna dei prodotti sul mercato (57,5%) e sui margini di profitto (46,6%).
Occupazione in crescita, ma difficoltà nel reperire le competenze
Tra il 2015 e il 2024 l’occupazione nelle medie imprese è cresciuta del 23,7%, superando i 523mila addetti. La partecipazione femminile resta contenuta (27%), mentre gli under35 rappresentano il 41% delle nuove assunzioni, ma faticano a raggiungere ruoli di responsabilità. Gli over60 sono circa il 10% e saranno centrali nel ricambio generazionale.
Quasi il 90% delle imprese segnala difficoltà nel reperire personale: le criticità riguardano soprattutto figure tecniche e specialistiche (67,2%) e operative (50,6%), seguite a distanza da soft skills (15,4%) e competenze manageriali (13,6%). In questo contesto, il 77% delle imprese ricorre a lavoratori stranieri, soprattutto per la minore disponibilità di lavoratori italiani a svolgere mansioni ritenute dequalificanti (69,7%). Oltre l’85% delle medie imprese valuta positivamente la propria attrattività nei confronti dei giovani under35, mentre per il 66% non sono previsti limiti anagrafici espliciti nei processi di selezione del personale. Le principali leve per attrarre e trattenere personale under35 sono il welfare aziendale e i benefit (51,9%), la formazione (48,1%) e gli incentivi economici (41,6%), seguiti dall’autonomia operativa (30%) e dal lavoro flessibile (25,6%).
Innovazione e Deep-Tech: le leve per sostenere la produttività
Tra il 2026 e il 2028, il 76,3% delle medie imprese prevede di investire in innovazione incrementale, ovvero in miglioramenti di prodotti, servizi o processi già esistenti, in continuità con un modello produttivo ancora prevalentemente concentrato in settori a bassa e medio-bassa tecnologia.
Parallelamente, è in crescita la quota delle Mid-Cap pronta ad investire in tecnologie cosiddette “Deep-Tech” – dall’intelligenza artificiale alla robotica sino al cloud –; lo farà il 34,9% nel prossimo triennio a fronte del 28,2% che ha già provveduto tra il 2023 e il 2025. Anche perché le tecnologie più avanzate possono generare un salto di competitività maggiore: la produttività del lavoro è stimata crescere del 6,1% nelle imprese che investono in Deep-Tech tra il 2026 e il 2029 contro l’1,6% di quelle che puntano sull’innovazione incrementale.
Governance ancora tradizionale, tra informalità e bassa diversificazione
Nelle medie imprese italiane la proprietà è fortemente concentrata: nel 65% dei casi fa capo a un’unica famiglia o persona fisica. Oltre la metà delle aziende (53%) è oggi guidata dalla seconda generazione, mentre il 28% resta ancora nelle mani del fondatore. Nonostante la diffusione del modello familiare, il ruolo della famiglia è spesso poco formalizzato: più del 40% delle imprese non adotta strumenti specifici di governance e, tra quelle più strutturate, prevalgono soluzioni leggere come il patto di famiglia (24,7%) e gli accordi parasociali (16,1%). Anche nei passaggi generazionali continuano a dominare logiche interne, scelte da oltre l’80% delle imprese. I board si confermano snelli ma con un profilo anagrafico maturo: contano in media 3,6 membri e nel 17,5% dei casi la gestione è affidata a un amministratore unico. L’età media è pari a 60 anni, con i ruoli apicali occupati dalle fasce più anziane (64-68 anni) e una presenza ancora limitata di figure giovani nei processi decisionali. Il 46% degli amministratori è laureato e circa un quarto ha maturato esperienze internazionali. Resta contenuto anche il livello di diversità: gli uomini ricoprono il 79% delle cariche, mentre le donne si fermano al 21%, con una maggiore concentrazione nei ruoli senza deleghe. Le amministratrici sono mediamente più giovani (58 anni contro 61), ma meno presenti nelle posizioni apicali. L’internazionalizzazione è ancora limitata, con solo il 3,3% di amministratori stranieri, mentre il legame con il territorio resta forte: il 65% degli amministratori italiani opera in imprese situate nella stessa provincia di nascita.
Apertura del capitale: un’opportunità riconosciuta, ma ancora rimandata
Le medie imprese guardano con cautela all’apertura del capitale: il 45% non la considera al momento pur mantenendo aperta la possibilità per il futuro, invece il 38% la esclude come opzione strategica futura. Solo il 17% manifesta un interesse immediato. Quando presa in considerazione, l’apertura è legata soprattutto a obiettivi di crescita: acquisizioni (56,7%), investimenti (41,4%) e accesso a competenze manageriali esterne (36,4%), oltre al rafforzamento finanziario (30,3%).
Tra gli investitori preferiti emergono quelli industriali (68,6%), considerati più allineati al progetto imprenditoriale. L’investitore ideale è visto come un partner stabile di lungo periodo (65%) e capace di apportare competenze strategiche. Resta tuttavia centrale la tutela del controllo familiare: le principali preoccupazioni in merito a un’apertura del capitale riguardano la perdita di autonomia decisionale (58,9%) e il possibile disallineamento con nuovi soci (55,6%).
In uno scenario globale sempre più instabile, le medie imprese italiane confermano la loro capacità di tenuta e adattamento, sostenendo crescita, occupazione e competitività delle filiere produttive. Ma il futuro del segmento si giocherà sempre più sulla capacità di affrontare nodi strutturali – dalle competenze alla governance, fino all’accesso ai capitali – che restano determinanti per consolidare nel tempo la creazione di valore e rafforzare il posizionamento internazionale del sistema produttivo.
Tutta la documentazione è disponibile per il download sui siti:
areastudimediobanca.com




