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Pretty Woman torna in sala per celebrare San Valentino

Dopo 35 anni la favola di Vivian ed Edward funziona ancora e parla di amore, riscatto sociale ed emotivo

 di Paola Dei

Pretty Woman (1990), diretto da Garry Marshall, è una delle commedie romantiche più amate di sempre. A oltre trent’anni dall’uscita continua a funzionare perché, dietro la favola patinata, tocca desideri profondi e universali. Il film vede come interpreti principali Julia Roberts, nel ruolo di Vivian Ward, e Richard Gere, nei panni del finanziere Edward Lewis, affiancati da Hector Elizondo, Laura San Giacomo e Jason Alexander.

Dal punto di vista psicologico, Pretty Woman ha avuto un successo enorme perché mette in scena una fantasia di riscatto emotivo e sociale. Vivian non viene “salvata” solo economicamente: viene vista, ascoltata, legittimata. Edward, al contrario, parte come uomo emotivamente bloccato e cinico, e attraverso la relazione impara a sentire. È una storia di trasformazione reciproca, in cui lo spettatore può proiettare il bisogno di essere scelto non per ciò che rappresenta, ma per ciò che è. La narrazione rassicura: l’amore può colmare fratture interiori e superare barriere di classe, almeno nel tempo sospeso della favola cinematografica.

Interessante il racconto che Richard Gere ha condiviso a Venezia nel 2024, quando ha ricordato come tra lui e Julia Roberts, all’inizio, non ci fosse una chimica così immediata. Proprio per rendere più credibile l’evoluzione del loro legame, fu lui a spingere per l’inserimento della scena del pianoforte: un momento di intimità silenziosa, costruito sul linguaggio dei corpi e degli sguardi. È lì che il film rallenta, abbandona la commedia brillante e lascia spazio a un erotismo delicato, che culmina poi nella scena d’amore. Una scelta fondamentale, perché trasforma l’attrazione in sentimento percepibile.

Dal punto di vista registico Marshall utilizza una regia classica e trasparente, che non vuole mai sovrastare i personaggi. I campi e controcampi insistono sugli sguardi, mentre i primi piani di Julia Roberts — illuminati in modo morbido — costruiscono empatia e identificazione. La colonna sonora, con brani come Oh, Pretty Woman di Roy Orbison, rafforza l’atmosfera da moderna fiaba urbana, ambientata in una Los Angeles elegante e irreale.

Il ritorno in sala nei giorni di San Valentino non è casuale: Pretty Woman è un rito collettivo, un film da rivedere insieme, che parla direttamente al desiderio romantico dello spettatore. Non promette realismo, ma conforto. E forse è proprio questo il segreto del suo successo duraturo: non racconta come va il mondo, ma come vorremmo che, almeno una volta, potesse andare.

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