"Rischio di disuguaglianze territoriali. In Toscana curati 150 pazienti"
FIRENZE. Le Car-t, le cellule che ingegnerizzano i linfociti di tipo T per riconoscere le proteine dei tumori e distruggerli, stanno rappresentando una rivoluzione nel trattamento del cancro tramite l’ausilio dell’immunoterapia. Specie nella cura dei tumori del sangue. Ma i divari tra i territori rischiano di allargarsi in Italia. È anche dinanzi a questa insidia che Ail, l’Associazione italiana contro leucemie linfomi e mieloma, sta portando avanti un viaggio itinerante a livello nazionale per informare pazienti, caregiver, specialisti sulle potenzialità della terapia e, in parallelo, per chiedere alle istituzioni una governance statale e regionale affinché nessuno venga tagliato fuori. In terra fiorentina l’occasione è offerta da una conferenza stampa all’ospedale di Careggi dell’associazione.
“Sono anni che facciamo informazione sulla Car-t, una terapia rivoluzionaria a livello mondiale e in particolare nel nostro Paese- afferma Giuseppe Toro, presidente nazionale di Ail- è importante un approfondimento, come quello che stiamo facendo in tutte le principali ’ematologie’ d’Italia, perché parliamo di terapie che hanno bisogno di sistemi ospedalieri particolari, équipe specializzate, vanno fatte con molta oculatezza. Anche il paziente va scelto in maniera selezionata, perché tantissimi ma non tutti possono accedervi”. è importante un approfondimento, come quello che stiamo facendo in tutte le principali ’ematologie’ d’Italia, perché parliamo di terapie che hanno bisogno di sistemi ospedalieri particolari, équipe specializzate, vanno fatte con molta oculatezza. Anche il paziente va scelto in maniera selezionata, perché tantissimi ma non tutti possono accedervi”. L’obiettivo è scongiurare che le Car-t restino appannaggio di alcune aree del Paese: “È necessario che in tutta Italia si possano avere dei centri attrezzati, perché altrimenti si creano delle discriminazioni, delle difficoltà economiche e culturali soprattutto nelle regioni del Sud- ammonisce Toro – e questo è il motivo per cui spingiamo le istituzioni soprattutto a una governance nazionale delle Car-t, in modo da evitare delle disuguaglianze”.
Una governance efficace sarebbe funzionale, in questo senso, ad agevolare iniziative scientifiche e assistenziali mirate nel Mezzogiorno, compensando i sacrifici economici che devono sobbarcarsi i pazienti che abitano in una delle regioni del Sud. D’altra parte l’aspetto organizzativo, l’esistenza di una infrastruttura ospedaliera adeguata, è una condizione dirimente: sia per gestire un trattamento in sé biotecnologicamente molto avanzato, ma soprattutto per approcciare gli effetti collaterali. “È un procedimento complesso che richiede un’organizzazione, un car-team di ematologi, neurologi, rianimatori, personale infermieristico altamente addestrato a seguire questi pazienti e a cogliere le prime reazioni avverse”, evidenzia Alessandro Maria Vannucchi, docente di Ematologia, direttore della Sod di Careggi e direttore del dipartimento di Oncologia dell’azienda ospedaliero-universitaria fiorentina.
In altri termini, gli effetti indesiderati sono sempre dietro l’angolo dal momento che, spiega sempre Vannucchi, “questi linfociti-T liberano nell’organismo una serie di proteine infiammatorie, che possono causare disturbi molto gravi anche a livello di sistema nervoso centrale”. Ricadute negative che sono l’altra faccia del funzionamento di queste cellule che riconoscono l’antigene espresso dalla membrana delle cellule tumorali. Proteina che, d’altro canto, non è specifica ma può essere condivisa con le cellule sane. “Bisogna trovare dunque un equilibrio difficile- ammette il docente di Ematologia- ma i linfociti-T attivati hanno comunque un’elevatissima efficienza”. La rilevanza della loro applicazione, del resto, non si discute.
Se in Italia l’immunoterapia con le Car-t esiste ormai da sei anni, solo nell’ultimo triennio si sono superati i 150 pazienti trattati in Toscana nei tre centri esistenti: Firenze, Siena e Pisa. Importanti sono inoltre le nuove frontiere che si possono In teoria le Car-t potrebbero essere utilizzate contro ogni tipo di tumore, se uno volesse vedere un po’ più lontano potremmo impiegarle anche come cellule immunomodulanti che vanno a riattivare le attività naturali del sistema immunitario”, fa sapere sempre Vannucchi.
Nell’immediato, nel presente, ciò che conta è poter istruire delle strutture ospedaliere con équipe e risorse all’La questione più importante è che solo un centro che abbia al suo interno un programma di trapianto di midollo osseo da donatore può somministrare le Car-T”, precisa Chiara Nozzoli, , responsabile del programma Trapianti di cellule staminali emopoietiche e terapie cellulari dell’ospedali di Careggi. Questo principio, ricorda Nozzoli, “è stato introdotto da Aifa per garantire la presenza di personale qualificato, formato specificamente, una gestione multidisciplinare e un sistema di qualità che sia sempre tenuto in ordine proprio per proteggere i nostri pazienti”.






