Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto

Per chi suona la Campana. Un poeta in campo, uno in panchina

di Enrico Campana
SIENA. – Questa settimana rispetto malvolentieri la pessima abitudine delle giurie sportive, quella di assegnare i propri riconoscimenti troppo frettolosamente. Mi è capitato spesso di far parte dei cosiddetti panel di giurati per il Most Valuable Player di una finale, e di dover scegliere alla fine del primo tempo il mio preferito. E’ come giudicare una corsa di 100 metri, dopo i primi 50. L’infortunio più clamoroso, fra quelli che ricordo, essendo stato il sottoscritto a “inventare” l’EurOscar del basket, si è registrato nell’ultima votazione. Fra i giocatori italiani è stata ignorata la nomination di Andrea Bargnani, e il “mago” di Toronto si è talmente arrabbiato da aver deciso di diventare una star della NBA, davvero divertente…
Fatta questa premessa, scriverò dei contro-scudetti. Premessa n.2: niente polemiche. Se uno volesse divertirsi nel gioco del massacro, non ci sarebbe miglior occasione con le due chicche settimanali. E questo sarebbe il sistema utile a modelli di comportamento?. Forse bisognava compensare gli episodi razzistici del calcio? Basterebbe leggere la storiaccia delle partite di serie B accomodate, secondo la Procura di Reggio Calabria, da un gruppo di potere arbitrale in cambio di buoni voti garantiti agli arbitri compiacenti e interessati a fare carriera. Mi auguro sia solo una bolla di sapone, e che salti fuori la verità. E’ certa una cosa: mai come in questo momento si è fatto insistente il chiacchiericcio sugli arbitri e tutto il sistema, e gira la voce che magari presto verrà “sbobinata” magari anche la serie A, che ormai presenta troppe anomalie, e ne ha parlato addirittura una persona prudente come Claudio Toti, il presidente di Roma. Spero che anche questo non sia vero, ma – se la gente parla e racconta – qualcosa di storto o sbagliato ci potrebbe essere. Personalmente ho fiducia di tutti, anche di chi vorrebbe mettermi al rogo, almeno fino a prova contraria. Arbitri a parte, c’è poi quell’assurda reazione del patron di Bologna. Mai letto in tanti anni di un proprietario che prende a calci la porta dello spogliatoi degli arbitri e causa due giornate di squalifica al suo campo. Per carità di patria non voglio riportare le motivazioni del giudice sportivo, roba da far accapponare la pelle. Finiamola qua.
Fra tre settimane sarà già tempo di playoff , i quali si inghiottiranno le cose buone ed educative di questa stagione. Perciò desidero riservare il mio personale riconoscimento, a nome anche di una larga pluralità, a due personaggi emblematici non omologati fra i “must” dagli sfigati del basket che pretendono di dare degli sfigati a gente semplice, onestà, con tanta passione che onora il proprio ruolo e la professione.
Al ritorno in campo dopo quel terribile 6 aprile, Teramo ha offerto il suo esemplare contributo quale squadra-bandiera dello sport abruzzese. La vittoria di Avellino non è stato un lampo nel buio, ma la conferma della stagione record con 16 vittorie nella storia delle società. L’avvocato Antonetti, il presidente, ha puntato su “ragazzi di strada”, trascinati dall’incredibile Beppe Poeta, questo Marzorati del sud (di mano mancina), che spesso incarna il ruolo dell’americano per ricordare che c’è anche un basket italiano o all’italiana. Sarebbe tempo di chiudere la stagione dello spreco e dell’inganno, per chiosare il titolo di un vecchio libro che ho letto, particolarmente educativo sulla funzioni delle Olimpiadi quale massima espressione di “bugia sportiva”.
“A proposito di poeti del basket – ho anche scritto in questi giorni – c’è anche la bella storia di Stefano Pillastrini”. Parliamo del missionario dei fondamentali, il trappista delle promozioni, ma anche di un imprenditore di successo con i suoi camp estivi di Cesenatico. Da quelle che un tempo erano le grandi colonie marine dove tramite l’ECA o la parrocchia nell’Italia della ricostruzione le famiglie che tiravano la cinghia potevano mandare in vacanza la loro prole, spesso numerosa, un’esperienza formidabile vissuta personalmente, passano ogni anno centinaia di ragazzini e ragazzine col loro sogno nel cassetto. Il basket, il volley, la danza. Ma non solo, importante è lo stare insieme senza sentirsi un branco. Non c’è bisogno di andare in America per prendere lezioni di sport, come leggo da un annuncio pubblicitario al quale è stato concesso il patrocinio di chi guida il basket. Il camp della piadina romagnola è una lezione di pari valore tecnico e molto educativo. Stefano è amato e rispettato come lo “zio buono”, con l’autunno riprende la stagione e ogni volta si rimette in gioco sfidando – metaforicamente – l’orco cattivo di turno. Messo inopinatamente fuori dalla porta di servizio lo scorso anno dalla Virtus, sappiamo come è andata a finire. Stefano sta per tornare in A-1 alla guida di Varese a suo modo. Sempre cioè dalla porta di servizio. Nel senso del rispetto del “servizio” nell’accezione del termine che questo romagnolo fatto e finito ha inculcato in sé. A tal punto da apparire come uno di quei leggendari maggiordomi inglesi senza i quali la vecchia nobiltà non sarebbe sopravvissuta. L’ultima sua missione è riportare Varese in serie A-1 dopo una retrocessione con 4500 paganti, un suicidio. Per tutta la stagione è stato al comando con una squadretta da “ragazzi della via Pal” e aver lanciato anche in questa stagione un paio di giocatori italiani interessanti. Crudeltà della sorte, si ritrova davanti all’ennesimo esame, quello di dover battere la Veroli, la squadra laziale staccata di soli due punti. Vogliamo giudicarlo da una vittoria o da una sconfitta? Fate voi… Il “Pilla” è uno spot del basket il quale, invece, continua più a credere negli effetti speciali. Partiamo dalle cose semplici, spesso le più difficili.