Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto

Mens Sana e Crespi: il cuore oltre la storia del basket

Ultima partita in casa con il match point per il nono scudetto

SIENA. “Come posso fare per vedere stasera la Mens Sana?” ha cinguettato dall’America Bobby Brown. L’avvenimento passa da Siena ed è gara 6 delle finali scudetto 2014, una partita che comunque finisca sarà l’ultima che la Mens Sana Basket giocherà sul proprio parquet nella sua storia giunta al capolinea. Brown avrà il piacere di vedere il suo sostituto in regìa, MarQuez Haynes, che ha proseguito nella tradizione dei playmakers vincenti della storia mensanina in questo scorcio di millennio. Potrà ammirare l’evoluzione di Matt Janning, la leadership e la sostanza di Tomas Ress, il contributo collettivo di tutti gli altri attori e artefici nel sistema di gioco che Crespi ha costruito in sei mesi dopo un Natale tra i più brutti della sua carriera di allenatore. Società decotta, che nelle pieghe di un bilancio non approvato (e che non lo sarà nemmeno in seguito) sconta la mancata soluzione di problemi gestionali che nessuno, fuori della cerchia contabile interna,  sembrava conoscere; giocatore simbolo e fulcro della squadra, Daniel Hackett, che veniva spedito alla rivale in cambio delle risorse per finire la stagione sostituito da un pari ruolo che languiva in fondo alla panchina milanese col morale sotto i tacchi. Via anche il play di riserva Rochestie, che nel contesto della squadra russa del Nizhny Novgorod sarà il protagonista di una stagione eccellente per l’outsider di VTB (finale contro il CSKA) e ritorno di Janning malpagato in Croazia.

Il primo merito di Crespi, insieme all’eccellente aiuto Alessandro Magro, è di aver dato morale e obbiettivi a un gruppo che poteva crollare irreparabilmente. L’ambiente raccolto e compatto, sia all’interno della MSB, che quello della tifoseria, pur scossi da rivelazioni e polemiche sempre più elevate nei toni e nella gravità delle rivelazioni, è stato di grande supporto. Un applauso, un incitamento non è mai mancato al gruppo, anche dopo la sonora batosta casalinga contro Caserta, proprio nei giorni di Natale. A gennaio, poi, la spudorata rincorsa del “dominus” Minucci alla poltrona di Legabasket per farsi eleggere presidente è il colpo di grazia. Il Gm, già presidente degli anni d’oro, sapeva quello che sarebbe successo nell’assemblea del 18 febbraio: nessuno si sarebbe preso il cerino in mano della pessima gestione finanziaria, perché nessuno nella città di Siena, ha le spalle larghe per sopportare il passivo che sarebbe emerso. Il tempismo di Minucci – eletto appena dieci giorni prima in una discussa assemblea bolognese di Legabasket – è stupefacente: dopo la messa in liquidazione, anticamera del fallimento, sarebbe stato impossibile far passare la sua elezione.

Rimasto senza una guida societaria, ma con l’assicurazione che si poteva finire la stagione, Marco Crespi ha potuto coinvolgere la squadra nel progetto tecnico che aveva annunciato a settembre. Progetto che non aveva realizzato, dovendo sottostare alla leadership di Hackett che calamitava la palla sempre nella stessa direzione e aveva fatto della Montepaschi una squadra abbastanza prevedibile. Adesso ci si diverte, perché si gioca per noi stessi senza dover rendere conto a nessuno se non alle nostre capacità e al nostro futuro, e per il nostro pubblico. Se si riesce a non sentire la pressione sui fattori esterni al gruppo, nel gruppo c’è solo serenità e condivisione, ed è questo il messaggio che rimarrà nei ricordi di tutti. Haynes si costruisce i tempi del playmaker, in un concetto di playmaking diffuso che fa crescere anche i suoi compagni; Crespi rinuncia ad azioni  veloci, visto che il talento del gruppo richiede l’esecuzione di buoni schemi;  la qualità del movimento senza palla; l’applicazione difensiva aggressiva e continua, fatta di raddoppi, adeguamenti e scelte intelligenti, senza paura dei mismatch,  tutto preparato accuratamente in riunione tecnica. Cammino lungo che porta frutti straordinari come la finale di Coppa Italia e il secondo posto nella regular season, contro il crescente scetticismo della critica e nell’ammirazione del proprio pubblico.

I playoff sono stati un continuo crescendo, spinti dalla ricerca di un livello sempre più alto e senza mai essere sazi per una singola vittoria, o una singola serie vinta. “Don’t celebrate” ammonisce Tomas Ress a fine gara 5 a Milano ai suoi compagni nel capannello del saluto a centrocampo di fine partita. Aver ribaltato lo 0-2 iniziale con il 3-2 sigillato al Forum di Assago ribalta anche il concetto che essere arrivati fin qui è già una vittoria. Non che non lo sia, ed è già leggenda: una storia da filmone americano. Ma aggiungere la ciliegia sulla torta sarebbe il sigillo imperituro sugli Annales del basket mondiale. Adesso godiamoci questo matchpoint.