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16/02/2012 17:32

Monti dice "no" alle Olimpiadi: Roma non sarà caput mundi

E il Coni è pronto al cambiamento e al sano realismo?

Monti dice

D

i Enrico Campana

SIENA. Nel paese “dove il dolce “sì” suona”, come diceva il poeta, ma il “nì” è costume nazionale e la sua camera di decompressione (o compressione?) e mai di discussione e riflessione. Perché un favore non si nega a nessuno, specie nel mondo del nostro sport incapace di scegliere la via di un’organizzazione tipo francese o meglio americana, in questo caso facendosi ramo ufficiale di atenei, licei e istituti scolastici, si è avvitato negli ultimi 15 anni sul “panem et circenses da noantri”. Non bastava questo “unicum”, col CONI nei panni di questuante, senza una propria autonomia economica, costretta ad attaccarsi negli ultimi anni ai Milleroroghe, come un Fra Galdino manzoniano, per avere una chance forte e ottenere l’Olimpiade bis, battendosi nelle primarie internazionali. Col precedente Governo alle primarie sarebbe arrivato ad occhi chiusi. Ecco invece giungere il “no” chiaro di Monti per le Olimpiadi 2020. E ritmato dall’accompagnamento non previsto ma prevedibile, perché lo sport è stato fino ad oggi sotto una cappa di potere, di una sorta di variegato “coro polifonico”. Diciamo con le voci del cosiddetto “arco costituzionale”. Addirittura in testa la Lega anti-montiana in tutto, memore forse della candidatura primigenia di Venezia mal sostenuta però proprio dalla Lega salvo il righio isolato di qualche politico locale (ricordo l’ex ministro dell’agricoltura Zaia, persona simpatica e originale per l’idea di usare gli asini per ripulire il verde pubblico evitando l’inquinamento) e il silenzio indecifrabile bossian-maroniano.

Si è assistito a una specie di “plagio” non plausibile ma comprensibile, subito trasformato in un progetto “ Roma caput mundi”. Ubi maior minor cessat, volgarmente il pesce grande mangia quello piccolo. Ai tempi delle scontate “primarie italiane” scrissi un articolo nel quale sostenevo la tesi della scontata debolezza della candidatura romana. Perché intanto le Olimpiadi rappresentano quasi sempre paesi con energie nuove e poi l’istituzione-CONI col suo braccio finanziario e le Federazioni che, pur privatizzate con l’ibrido della “Legge Melandri” producono perdite per centinaia e centinaia di milioni di euro all’anno. Anche se, ad onor del vero, il CONI e le Federazioni con le quali ho collaborato hanno un patrimonio di risorse umane notevolissimo, preparazione, efficienza, partecipazione all’attività della propria “branca” sportiva. Ogni tanto qualcuno va fuori dai binari, si pensa di risolverli coi commissariamenti ma queste fusioni a freddo non riescono, come la presidenza Meneghin del basket detto col rispetto per le parti in commedia. Dino meritava quel posto che avrebbe però dovuto gestire con l’antica energia.

Scrissi una nota poco amata dalle rassegne stampa del Palazzo, la cui tesi era: la miglior soluzione non avendo lo sport italiano colto il messaggio del professor Chimenti che in opposizione al presidente-sovrano propugnava fra il 2008 e il maggio 2009 un CONI autofinanziato e autogestito (sotto la tutela dell’organo vigilante dello Stato), era un’Olimpiade privata. Con la chiamata in campo dell’imprenditoria del Nord-Est che aveva, a sua volta, bisogno di nuovi slanci e di un’identità oggi un po’ sparsa e contro un’idea vecchia, statalista quella che Monti ha bocciato. Un’idea geografica teorizzata ai tempi di Craxi da Gianni de Michelis: creare un nuovo polo italiano legato allo sviluppo industriale ed economico, in grado di raggiungere per cerchi concentrici anche le nazioni vicine. Magari da consorziare offrendo loro alcune gare di un’Olimpiade di San Marco, vedi Slovenia, Croazia, vecchi territori e – perché no? – anche l’Austria, che ha un’enclave italiana. Avevo proposto di copiare il modello di Los Angeles dell’84, quello del boicottaggio dei paesi dell’Est in risposta a quello americano di Mosca ’80. All’Olimpiade losangelina c’ero quale inviato della Gazzetta dello Sport. Mi colpì non solo la cerimonia d’apertura e l’indimenticabile apparizione di un astronauta con tanto di tuta spaziale che scende dal cielo e mette piede al centro dell’arena con un razzo sulle spalle. Quella scelta realistica, economica e tipicamente americana, fu anche la conseguenza della grande crisi petrolifera. Una sorta di reazione americana, senza timore del boicottaggio sovietico.

Tornano al no “fratricida” del Governo a Roma, questo passaggio forzato della disfida Roma-Venezia aveva infatti pochissime probabilità di passare. Non è stato condotto bene, si sono tessuti rapporti diplomatici invece di confrontarsi con l’animo sportivo del paese e una grande campagna olimpica. Una sicumera purtroppo incrollabile, tanto che ancora il giorno in cui il gruppetto del Comitato Promotore stazionava da quasi due ore fuori da Palazzo Chigi, dentro il Palazzo H del Foro Italico dicevo a un dirigente che stava crescendo la candidatura di Istanbul, perché la sua economia sta fiorendo e può simboleggiare un elemento di progresso del mondo islamico e per la pace mondiale, mi si rispondeva sempre “quaggiù si vive nel migliore dei mondi possibili, siamo i più bravi. “Istanbul?. Ma no. Ha troppi nemici, Israele e Grecia- questa la lapidaria risposta - sono contro figuriamoci se non votano per noi e ci porteranno tanti altri paesi”. Ci ha pensato invece la “nuova” parte politica dell’Italia a dare una sterzata decisa verso un saggio realismo. Ritengo proprio che Monti nei suoi recenti incontri in giro per l’Europa e con Obama abbia anche tastato il polso sulla sostenibilità e il gradimento di un’Olimpiade romana”.

Troppi sono stati gli scandali legati ai grandi eventi sportivi dai Mondiali del calcio a quelli di nuoto, nel giro di 30 anni un epicentro romano con tanto lavoro per i magistrati e storie dei cricche e appalti. A proposito di privati, il basket che con Berlusconi ha perso il mondiale 2014 (la cui candidatura è stata finanziata dalla Fondazione MPS e la società delle Lotterie e Concorsi pronostici) e l’europeo 2013, negli ultimi 30 anni è riuscito almeno a organizzare, se non erro,solo due campionati d’Europa grazie alla Fiat (Torino) e a Gardini-Messaggero (Roma ’91).

Per il Governo dei sacrifici e dell’equità sociale, era uno sperpero la prospettiva di dover pompare quattrini ancora per il prossimo anno e 6 mesi, fino alla votazione CIO del settembre 2013 per sostenere una struttura pro-tempore, velleitaria e costosa, in grado di non andare a fondo nelle sabbie mobili delle lobbies nell’ambito del CIO, spesso al centro di scandali riguardanti il mercato dei voti. Ed era ormai difficile portare dalla nostra parte i numerosi amici che abbiamo purtroppo perso per strada negli ultimi anni per la bassa politica internazionale, e questo nonostante un riconosciuto ruolo di sportman veri dentro il massimo organismo dello sport. Parlo di Mario Pescante, uomo venuto dall’atletica che ha scritto anche un testo importante sulle Olimpiadi, o la statura manageriale del presidente della Federtennis internazionale Ricci Bitti, un ingegnere con passato da top-manager, Olivetti, Telecom e amministratore delegato di Pagine Gialle, che - rilanciato il tennis italiano caduto ai minimi livelli - l’ha portato alla prima finale di Coppa Davis rilanciando gli Internazionali di Roma e trasferendosi a Londra. Ha un credito anche il patavino-milanese Franco Carraro, ex campione di sci nautico, presidente del Milan e poi sindaco di Roma e al vertice del CONI.

Questo no era scontato anche nell’ottica di una riforma globale del paese, soprattutto per accorciare la forbice fra diritti e privilegi mantenuti dallo sport nonostante i tagli tremendi del governo Amato nei primi anni Novanta, quando il passaggio della schedina da 200 a 1200 lire per colonna uccise il Totocalcio e minò la presidenza dell’avvocato milanese Arrikgo Gattai. Il nostro sport ha dormito sonni beati negli ultimi due anni, Londra sarà il capolinea inevitabile di un sistema di equilibri degno di Richelieu. E il no di Mario Monti garbato e non “tribale” della Lega, due anime diverse della stessa cittadina (Varese), che hanno fatto assieme pollice verso all’idea di correre per l’Olimpiadi 2020, ha diverse chiavi di lettura .

“Noi – distingue da Londra Ricci Bitti, molto vicino al presidente del CIO Rogge – non avevamo in realtà molte chances, comunque una candidatura olimpica è un atto di fede. Il presidente del Consiglio ha capito, come ha dimostrato la reazione dei politici alla sua decisione, che per lui il sì era più una situazione di rischio in questo momento economico, e si giocava la fresca popolarità dei primi mesi del delicato mandato”.

Il patto-cerniera fra schieramenti politici locali e nazionali del precedente Governo esce sconfitto. Difficile dimenticare le dichiarazioni di grandeur dopo Pechino, l’autoglorificazione quattro anni fa dei risultati della squadra azzurra “superiori a paesi come Francia e Francia e a quelli dell’economia italiana” grazie all’incentivo di una medaglia “salvavita”, per le centinaia e centinaia di migliaia di euro di premi garantiti per il podio olimpico.

Il management dello sport italiano (orfano di manager…) ha vissuto in questi anni un ordinaria amministrazione, con gli immancabili spot “una tantum” , ad esempio lo “studio Istat” per testimoniare che l’Italia è una potenza sportiva con 4 milioni e mezzo di tesserati. Quando invece se giri per l’Italia, dalle alpi alla costa del sud, i campetti di calcio e di basket e di tennis le piste ciclabili sono quasi sempre vuote, i giovani non vanno più all’oratorio. E iscrivere i figli ai corsi delle società sportive costa in rapporto all’aumento smisurato dei carburanti e dell’inflazione. E il famoso “progetto Scuola” potrebbe diventare un’elaborazione teatrale di “Aspettando Godot”. Si è tessuta invece una rete interna, centrifuga, per pilotare una propria successione, il delfino e gli amici fidati nelle federazioni importanti.

Era scontato che Mario Monti non firmasse l’impegno del Governo, nonostante dicano che il suo principale falco, il banchiere Passera, colui che ha le chiavi della cassa, volasse alto. Io credo che il Governo farà lo sforzo massimo per le prossime Olimpiadi, sono curioso però di sapere quale sarà in una situazione radicalmente mutata, il premio per le medaglie, mentre credo che il no di Monti annunci una riforma per lo sport a bocce ferme, cioè al termine delle Olimpiadi.

Qualunque sia il risultato di Londra - e il grado di buona sorte dello “stellone italico” - credo proprio che convenga a tutti anticipare l’elezione, senza aspettare 8 mesi, arrivare al 2013 e perdere un anno nell’avvicinamento a Rio de Janeiro - un’Olimpiade difficile in tutti i sensi - piuttosto che allungare il brodo, con le solite camarille, annessi e connessi.

encampana@alice.it

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