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04/01/2011 19:19

Adesso è Peterson il sarto di Armani

Il rientro di Dan, traghettatore illustre. In attesa di Messina?

Adesso è Peterson il sarto di Armani

D

i Enrico Campana

SIENA. Anni fa cercavo di tratteggiare Dan Peterson trasponendolo nel contesto della cultura popolare italiana. Mi trovavo dalle parti di Piacenza, la città di Bersani, Lunardi, del Gutturnio e del mitico Cardinal Albertini, quest’ultimo icona della saggezza e del buon senso. L’alto ministro di Dio era infatti bravissimo a tessere la sua tela con le potenze del suo tempo, e di lui si diceva che “sapeva districarsi fra Francia e Spagna senza mollare la cavagna”, nel senso che alla fine raggiungeva i suoi scopi. “perché – spiegazione – nel dare e avere la palanca va al preciso”.

In quel cenacolo si dissertava sull’interpretazione di una locuzione latina, credo un proverbio non so di quale dotto, non so dire se Orazio o Virgilio o magari Catone, il quale suona così: “Occidit qui non servat”. Le traduzioni latine non sono rigide, è facile quindi per uno studentello pensare alla mano spietata di un tiranno, per le retorica alta invece questa locuzione insegna a districarsi con bravura, senso pratico e dignità, da situazioni di stallo che incancrenendosi portano a un regresso, specie in un contesto dove conta molto l’azione. Insegna certamente che bisogna tenersi lontano dalle cose inutili, e che l’inazione è più pericolosa del pericolo stesso come credo abbia detto un poeta italiano molto pessimista (Arturo Graf?) a proposito delle acque stagnanti al pari dannose delle acque chete: “Ciò che non progredisce regredisce”. Ovvero: anche l’acqua di fonte più pura se stagnante imputridisce.

Insomma, quando certe cose vanno storte e scivolano su un piano inclinato, come stava accadendo a Milano, bisogna dargli un taglio deciso, e l’orrendo dicembre che ha tolto all’Armani il primato in classifica e dalla Coppa dei Campioni ha convinto i dirigenti - e stavolta sembra sia intervenuto proprio lo stilista italiano più famoso al mondo - a sollevare Pierino Bucchi il quale non riusciva più a provocare la minima reazione da parte del gruppo, e aveva spaccato la tifoseria.

L’anno scorso, nella finale scudetto, avevo espresso con chiarezza il mio pensiero su questo coach icona dell’ultima leva italica della panchina diligente ma mai arrivato al titolo con squadre importanti , dopo credo 12 gare perdute consecutive contro Milano. Il club gli era però affezionato, ha pensato che quel quid in più per arrivare al titolo questa stagione non fosse legato all’opera del coach ma a certi giocatori, perciò in questa ottica ha realizzato una campagna acquisti importante l’ultima estate. Facendo tornare Hawkins ha voluto anche dimostrare che erano infondate le voci secondo cui l’anno prima il Falco di Temple aveva optato Siena per divergenze sulla gestione della squadra con l’allenatore emiliano. Si sa che i cavalli di ritorno, nello sport, sintesi massima del dinamismo nello sviluppo e nell’azione sono sempre fatali. E questa è la conferma.

 

La colpa delle ultime cocenti delusioni non è di Hawkins, né di Bucchi, né degli italiani ma delle scelte della società che - diciamo - ha pagato lo scotto come altri grandi nel passato del nostro sport

La colpa delle ultime cocenti delusioni non è comunque tutta di Hawkins, né dello stesso Bucchi, né degli italiani ma delle scelte della società che diciamo ha pagato lo scotto come altri grandi nel passato del nostro sport, vedi Varese, Pesaro, Virtus e Fortitudo, per niente invece il Simmenthal perché il club delle scarpette rosse aveva un grande presidente-manager come Adolfo Bogoncelli oltre a un certo Cesare Rubini che poi a sua volta si è messo a fianco un certo Sandro Gamba. Varese da parte sua cambiò trend quando Borghi affidò il club a Edoardo Bulgheroni e più tardi con l’arrivo di Nico Messina e Nikolic a un manager quale Gualco, un ex giocatore molto esperto. Ha invece patito meno la Benetton perché a sua volta per 20 anni, un record di durata straordinario, ha messo a capo del management di Verdesport Giorgio Buzzavo, un pivot razza Piave, uomo pratico, molto dentro lo stile della famosa famiglia, il quale ha ottenuto circa 60 titoli nella gestione delle squadre sportive creando anche un progetto sociale ludico, di crescita e di formazione che non ha uguali e lasciato recententemente la scena cestistica in punta di piedi, senza un premio alla carriera, un rimpianto. Peraltro sotto la cappa della scontata e consueta ingratitudine di un mondo molto regredito nel gioco e anche nel costume ormai preda di pervenu, figure provenienti da mondi diversi da quello dello sport, magari bravi professionalmente ma poco inclini a confrontarsi con gente che ne sa molto più di loro. E refrattari a certe libertà di pensiero e di opinione. E decisa ad eliminare i general manager e a surrogare con un rapporto diretto con gli agenti che, ovviamente, fanno il loro mestiere. Ecco l’esilio di grandi personaggi quali Dan Peterson, ma anche per certo tempo Bianchini, Arnaldo Taurisano, Sandro Gamba e via dicendo. C’è un gruppo di potere del tutto differente dal passato, niente più mecenati, presidenti che rischiano in proprio, ma amministratori delegati per i quali l’imperativo è l’affare, e il tutto subito. Un andazzo che, alla fine, ha portato a un’evoluzione della classe dirigente fuori dalla logica sportiva con uno sbilancio pauroso fra costi e ricavi, una perdita d’immagine del movimento e purtroppo portato anche al rallentamento di un turn over dei nuovi imprenditori. In un sistema dove sono due-tre club mettono in campo potenza economica, e dove un club riesce a raggiungere i playoff con un budget che non è più del 10 per cento del budget di chi vince lo scudetto, e la forbice non è accorciata dai diritti Tv come nel caso per effetto della Legge Melandri, ma chi si avventura più?. Ecco qauindi che Scavolini non si espone più come una volta, e forse è prossimo un passo del genere da parte della Benetton e idem a Roma.

Milano doveva cambiare dopo gli ultimi ko di giugno, era facile pensare a una guida di temperamento e al miglior giocatore italiani, e cioè a quella coppia del miracolo di Biella, Luca Bechi e Pietro Aradori, ma sembra che gli agenti non potessero sfiduciare Bucchi per un coach della stessa scuderia…Capito?

Dan Peterson è certamente una mossa estrema, ma senza rischi, e che ha già dato la prima bella fiammata come risposta mediatica in quanto il basket è d’improvviso tornato sulle prime pagine e nei telegiornali nel Prime Time come non succedeva negli ultimi 10 anni, sia per la figura indiscutibilmente popolare di Dan Peterson ma anche per i 75 anni del Nano Ghiacciato, come si è definito lui con maestria. Nano Ghiacciato significa due cose, che si pone sotto il club, i suoi dirigenti, i giocatori (quando occorre..), gli avversari, e non chiede rinforzi, non ammicca al passato e agli eventuali errori commessi in precedenza, ma raccoglie la sfida e la divide con tutti i collaboratori e il club . Ma anche vuole sottolineare che lui è la testimonianza vivente di una ibernazione di successo senza precedenti. Aveva infatti già i capelli bianchi quando si è ritirato e fra le due istantanee, questa distanza, questa senilità grave, non c’è. Dan è stato forse sempre vecchio, o sempre giovane, come quegli idoli atzechi che non hanno età. Piccoli, compatto, misteriosi.

Certo 24 anni di stop sono un salto pauroso, ma in ogni caso il Nano Ghiacciato li ha riempiti intensamente come un vero Fregoli: commentatore Tv, opinionista, presentatore, testimonial ( dal the fino, da ultimo, del wrestling), consulente, scrittore. Tre lustri sono un doppio-triplo salto generazionale, ma è anche vero che ritrova um basket piatto, omologato, sfiduciato, che ha abdicato alla sfida e ha poco di sportivo.

Proprio perché in questa sua lunga assenza il basket non ha fatto grandi progressi, la sua formula di Grande Pragmatico e motivatore credo resti ancora valida

Prima di lanciare il guanto di sfida a Siena, della quale è stato in questi anni a volte il primo violinista per conformismo di uomo incline al potere più che per convinzione, dovrà ridare mordente alla squadra. Magari all’Armani serve un play di valore, meno “incompiuto” di Morris Finley, ma lui non ha mai chiesto giocatori ma predica impegno, intensità, dignità per la tradizione del club. E proprio perché inoltre in questa sua lunga assenza il basket non ha fatto grandi progressi, la sua formula di Grande Pragmatico e motivatore credo ancora valida. Del resto credo che sarà solo un traghettatore illustre, perché a Milano presto arriverà chi fra Messina e Scariolo manifesterà maggiore interesse per questo rientro in patria. Ettore è il favorito, specie se a Madrid rimarrà ancora a bocca asciutta.

Intanto Little Big Dan ha cominciato subito a dare lezioni di positività e capacità mediatiche eccezionali, e il suo primo passo ha ricordato l’ascesa al soglio pontificio di Ratzinger quando affermò che lui avrebbe agito come il vignaiolo del Signore. Dopo aver dichiarato che mai avrebbe accettato di rientrare con un’altra squadra, Dan ha invece affermato che Armani è il più grande stilista al mondo e lui lavorerà come il sarto che deve cucire pantaloni e giacca a misura per i giocatori. Non è vero che ogni cosa ha il suo tempo (omnia temper habet), e che c’è un tempo per ogni cosa (omnia cum tempo). Almeno per i grandi artisti, per le eccezioni. E alla sua età Chaplin, Picasso, Casals (e lo stesso re Giorgio) vantavano ancora una vita ricca di fremiti e passioni e non solo come artisti.

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