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(Ri)nasce il Chianti inventato

Un "falso storico" l'accordo tra i sette sindaci firmato a Badia a Passignano

SIENA. Il tutto ha origine nel 18° secolo per via del penultimo rampollo di una decrepita dinastia regnante, che ha reso la Toscana una terra riarsa dallo strapotere del bigottismo religioso e dai vizi di una corte senza vie dinastiche di riuscita. Estinta come la natura estingue le cose controvento, le privazioni di sentimento, il covare solo la bramosia di forziere.
Inizia tutto con un editto dei primi del 1700 e poi per noia, scarsa memoria, interesse, si alimenta, prende forma, assume le sembianze di una musa incantatrice e da qui si sfornano verità storiche parecchio barcollanti.

E’ (ri)nato nei giorni scorsi un patto di unione verso non si sa bene cosa, ma alimentato dal cantare del Gallo (nero) nella quiete della Badia a Passignano, descritta come sempre “nella splendida cornice”, da chi ha veramente piacevolezza nello scrivere.
Un nuovo editto, redatto e controfirmato dai rappresentanti della Val di Pesa, della Val d’Elsa, della Berardenga e da un paio di comuni del Chianti, per dar vita a quello che secondo loro è il “Chianti Vero“.

Un animale  mitologico a sette teste, sotto un’attenta regia consortile che vuol bruciare non solo secoli di storia di un territorio diverso e dissimile, ma che pretende di far credere che il Chianti sia quello delle mappe che si trovano nelle vendite dirette di Bacco da Ponte a Bozzone a Strada non nel Chianti.

Se le convergenze parallele a volte si incrociano nella politica e nell’economia, ciò è molto più raro nella storia e nella geografia. Non a caso materie amputate se non estinte nelle scuole di ogni ordine e grado.

Andrea Pagliantini