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Un passo indietro

di Silvana Biasutti

MONTALCINO. Non so voi: io non guardo la televisione e tuttavia trovo nelle pagine dei quotidiani motivi per commuovermi e vergognarmi. Vergognarmi di questa finta Europa che esiste solo se c’è da riscuotere; altrimenti ‘si salvi chi può’ e ognuno badi al proprio interesse. Non so voi, ma io mi vergogno di aver espresso, votando, questi ragionieri della retorica, con cravatta da esibizionista di serie c. Ma li ho (li abbiamo) veramente votati? 

Confesso che non ho mai aderito al concetto di accoglienza così come reclamata da una “sinistra” che invece di esprimere democrazia mi pare solo speculativa. Di più: questo – anzi, quel – concetto di accoglienza non lo condivido per niente. Perché a me suona più o meno così: ” ti salvo e socchiudo gli occhi sulle dinamiche che ti hanno portato ad attraversare il mare, per giungere nel nostro paese. Qui c’è gente di buona volontà (?) che ti rimpannuccia e ti sfama, campandoci, perché per questi è diventato un lavoro, che in tempi di non lavoro è già qualcosa. Magari qualcuno ci specula, ma sai com’è, succede. Tu vieni qui, poi si vedrà”

Più precisamente non sono d’accordo sul “poi si vedrà”, perché è un modo che in Italia (ma forse anche in Europa) ha avuto fin troppo spazio e qualche volta anche successo. Ma oggi solo un cretino può pensare di cavarsela lasciando che “le cose seguano il loro corso” tanto poi tutto si stempererà si diluirà, nel tempo e nei luoghi. Quelli che arrivano, per mare e per terra, sono un assaggino, l’antipasto di un’altra epoca che va affrontata e – come si usava dire ai tempi della sinistra che ci ha illusi – ‘gestita’. Perché spazio e risorse ci sarebbero, ma si preferisce buttarli via o fraintenderli per permettere ad alcuni amici di fare affari.

Dunque questo concetto sbandierato, sciorinato, usato contro qualcosa e non criticamente per parlare di possibili progetti, che nulla dice a proposito della gestione di una diaspora che non ci permetterà di chiudere gli occhi e ignorarla, non mi piace, anzi mi impaurisce. Ma invece non mi impauriscono i profughi – comincerei a chiamarli così e a distinguere tra di loro chi, da dove, perché, con più attenzione, con maggior preparazione e con dovuta dedizione -.

Mi fa paura questa Europa in tailleur o in grisaglia che bada agli spread e cura gli affari, ma ignora la politica, cioè la gestione dei bisogni e dei sogni (sì, c’è spazio anche per i sogni!) dei suoi abitanti e di quelli che arrivano scappando da orrori inauditi. Poi ci sarebbe – torno a sottolinearlo – da distinguerli da altri che su fronti diversi (incluso il terrorismo alimentato dai signori di qualcosa) approfittano di questa(e) diaspora(e).

Vorrei vedere i governanti europei attivarsi, porsi il problema, parlare – anche dell’impotenza e della paura che suscita questa massa di persone che letteralmente corrono a piedi nudi verso frontiere e confini per andare (forse) non sanno nemmeno dove -. Se siamo in Europa, vorrei che si creasse un gruppo di uomini (e ovviamente donne) del governo europeo, coraggiosi, immaginifici, disposti a ‘metterci la faccia’, che lavori in continuum per affrontare questo che è il primo rivolo di un fenomeno di cui abbiamo avuto una miriade di avvisaglie. Vorrei quindi che qualcuno ci avvertisse della necessità di fare un passo indietro – ma tutti! – rispetto al nostro attuale tenore di vita, per creare un surplus da riservare ai nuovi profughi; a quelli veri e non a quelli inventati.

Sono convinta che  – a parte i cretini e pochi altri – molti pensano (e l’uso dell’indicativo non è casuale) che l’accoglienza all’impronta non sia adatta al momento; penso che chi specula andrebbe ‘fucilato’, come uno sciacallo in un’emergenza. Penso che anche il “passo indietro”, volenti o nolenti, saremo costretti a farlo e che se viene fatto in modo ragionevole e senza speculazioni in favore di gruppi di potere, partiti, multinazionali, mafie, eccetera, sarà più gestibile e meno doloroso. Sarà, è, qualcosa di un po’ diverso dalla “decrescita felice” cantata da Serge Latouche. Ma può anche non essere “Un passo indietro infelice”, se chi nominalmente governa si decide ad affrontare la realtà.

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