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La politica economica sta in un buon bicchiere?

Allora che sia "super" e possa essere proposto come autentica bandiera di alta qualità

vinodi Silvana Biasutti

SIENA. “La politica economica sta in un buon bicchiere”, titolava il Fatto dell’otto aprile, a pagina 14. L’articolo riprendeva alcune dichiarazioni dell’autore di ‘Economia del vino’ il primo manuale accademico che illustrerà i meccanismi di funzionamento del mercato del vino. Mi auguro che l’autore, Stefano Castriota, sia andato per vigne e per produttori (piccoli e grandi) e non solo al Vinitaly, come racconta durante l’intervista. Mi auguro anche che egli non pretenda di sostituire paro paro le sue teorie alle esperienze di coloro che con duro lavoro, con cospicui investimenti in denaro, energie e (non per ultimo) pensiero, hanno costruito nel tempo il “successo” del vino – che è divenuto di questi tempi grami un punto d’attenzione persino per gli uomini della politica (D’Alema docet) e per quel mondo un po’ stantio della tv…

Ma poiché il vino e il possesso di una vigna pare siano un tema così cogente, desidero sottoporre alla vostra attenzione un articolo recentemente uscito su Le Monde, a firma di Stéphane Foucart che dà conto di alcune notizie su una sostanza a cui – purtroppo ancora e frequentemente – si ricorre in agricoltura; utilizzata da amministrazioni pubbliche che si occupano delle strade e quindi del loro ciglio; che, ahimè!, si ritrova anche in alcune vigne – per fortuna sempre meno, ma sfortunatamente ancora –, anche in quelle i cui proprietari avrebbero tutto l’interesse a evitarla come il diavolo. Anzi, avrebbero tutto l’interesse a evitarla come si evita un “probabile cancerogeno”.

La definizione non è mia e riguarda il glifosato che è il nome della molecola presente in un noto diserbante.

E siccome non amo il terrorismo gratuito, ma vorrei invece che tutti i produttori di vini di grande qualità che danno luce al nostro paese (doppiamente in un momento critico come questo difficile transito), avessero il successo che meritano uso un quotidiano on line, che non teme di ‘sbarcare’ su temi urticanti dispiacendo a quelli che piacciono – per consegnare a chi produce vino, a chi il vino lo apprezza e lo beve, ma anche a tutti quelli che coltivano la terra, le seguenti informazioni.

“Raramente il Centro internazionale di ricerca sul cancro (IARC) ha dato una valutazione potenzialmente così carica di conseguenze. Nell’ultimo numero della rivista The Lancet Oncology l’agenzia dell’OMS (organizzazione mondiale della sanità) ha annunciato di aver classificato tre pesticidi nella categoria 2°, che li qualifica come ‘probabilmente cancerogeni’. Fra le tre molecole prese in considerazione dallo IARC ci sono due insetticidi (diazinon e malathion, poco usati in Europa). Ma a suscitare scalpore è stato il parere dello IARC su una terza sostanza, il glifosato. E’ di fatto il componente dell’erbicida più usato al mondo …”

Ometto i nomi di marchi e produttori, mentre vorrei invece sottolineare che questa sostanza – come scrive Le Monde

1 – è presente in più di 750 prodotti usati in agricoltura, silvicoltura e usi urbani e domestici;

2 – in Francia è il pesticida di sintesi più diffuso (Le Monde si occupa – si preoccupa – prima di tutto di casa propria),

3 – “gli studi esaminati dallo IARC segnalano un aumento del rischio di tumore tra giardinieri e agricoltori, e non nella popolazione in generale”,

4 – “gli studi caso-controllo di esposizione professionale condotti in Svezia, Stati Uniti e Canada hanno rivelato un aumento del rischio di linfoma non Hodkin”,

5 – Alcuni esperimenti sugli animali hanno mostrato che il diserbante provoca danni cromosomici …,

6 – Tuttavia lo IARC ritiene che l’insieme della letteratura scientifica esaminata non permetta di concludere con assoluta certezza che il glifosato sia cancerogeno.

7 – Nel frattempo però l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha incaricato il BfR tedesco di valutare nuovamente il glifosato.

Come ha segnalato però molto puntualmente un esperto di valutazione dei rischi un terzo dei ricercatori del gruppo di esperti di pesticidi della suddetta agenzia tedesca è alle dirette dipendenze dei giganti del settore agrochimico o biotecnologico.

Dunque il famigerato glifosato è un erbicida da tenere d’occhio e però non mi pare che se ne parli, né sulla stampa generalista, né in quella di settore. Eppure tutti quelli che fanno la riconversione al biologico (con mia grande gioia), mica la faranno solo perché hanno annusato e poi sospettato, infine letto, che i consumatori più maturi e colti scelgono bio? (E che questi consumatori sono un modello a cui fanno riferimento fasce di pubblico ben più vaste e sempre più attente a consumare prodotti che non mettano a repentaglio la salute.). Ma dunque che c’entra un erbicida con la promessa del biologico che l’agricoltura più innovativa fa ai suoi consumatori? E che c’entra un erbicida con una reputazione così?

Penso che i produttori che scelgono la via del biologico (sono in costante aumento) siano da imitare. Per almeno due ragioni: innanzi tutto per un sano principio di precauzione, e poi perché una vigna diserbata è brutta da vedere, è spenta. Penso anche che sarebbe bello che una zona produttiva (Doc, Docg, …) potesse vantare platealmente, all’universo dei consumatori, una conversione generale come quella appena citata. Sarebbe un vantaggio competitivo finalmente non basato su un nebuloso ‘valore aggiunto’, bensì su una scelta che sarebbe premiante in tutto il mondo.

Expo sarebbe anche una bella occasione per lanciare questo messaggio, un messaggio forte e ricco di promesse salutari, anche se so che alcuni giganti della chimica e delle biotecnologie non ne sarebbero contenti. Ma mi pare fuori discussione che se venissero confermate queste notizie non potrebbero fare altro che ritirare dal mercato un prodotto sospettato da tempo.

Credo che sia finito il tempo in cui scegliere l’inquinamento e la mala salute in nome dei posti di lavoro, usati come velo steso sui puri interessi economici.

Chi volesse avere più lumi sul tema può andare a leggere l’articolo apparso su Le Monde (Stéphane Foucart), tradotto in italiano, nella rubrica Scienza di Internazionale n.1096.-

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