A Montalcino, per pensare

Incontri tra "i colori del Brunello" e il gusto della cultura

di Silvana Biasutti

SIENA. Ho letto recentemente una sciocchezza, e cioè che bisogna smettere di proporre la lettura dei libri come piacevole, ma che bisognerebbe presentarla come “utile” (cioè come se il piacere fosse qualcosa di inutile) … Ho anche sentito, mesi fa da queste parti, un tale che si vantava di essere indifferente alla cultura, anzi di essere ostile alla cultura, quasi equiparandola all’inquinamento.
Forse – ogni tanto mi viene da pensare – volendo essere originali a tutti i costi (e avendo pochi elementi a portata di mano), si finisce per aprire bocca facendone uscire vapore.
Io invece, a costo di essere ripetitiva e banale, insisto a credere (e ad affermare) che la cultura si mangia, nel senso che ci nutre e se nutre bene, mantiene lucidi e ci mette anche in condizioni ottimali per affrontare i problemi del tempo che viviamo.
Difficile andare in sovrappeso, nutrendoci di cultura: è molto ricca di proteine. E quindi fermarsi a Montalcino, il 9 luglio e passarci l’intera giornata sarà come leggere un buon libro; l’aria fine di queste parti, i paesaggi addomesticati dalle vigne (che però non riescono a renderli monotoni) saranno i compagni e lo scenario della giornata proposta e organizzata dalla Scuola Permanente dell’Abitare con l’Università di Chieti-Pescara, durante la Summer School supportata dalla Fondazione Bertarelli: una giornata a Montalcino, incastonata in un programma di otto giorni.
E se la parola ‘conferenza’ a tutta prima può sembrare ostica, val la pena allora ricordare che questa sarà una giornata “utile” (come una buona lettura e divertente), per avvicinare temi – abitare, territorio, paesaggio – che non sono più solo legati alla professione dell’architetto, ma appartengono a tutti noi. In un mondo che si va facendo sempre più angusto e affollato non possiamo limitarci a guardare i paesaggi come tema poetico (o politico); o rifugiarci nell’illusione che tutto cambierà di poco. Dovremmo incominciare a pensare che “il paesaggio siamo noi”, noi e i nostri pensieri, che diventano lavoro, che diventano futuro e imparare a scegliere che futuro vogliamo. Per farlo, la conoscenza non basta mai: dobbiamo (come diceva quell’altro che a me piace molto) “sapere di non sapere” mai abbastanza.

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