di R. Zelia Ruscitto SIENA. Onorate le vittime, spenti i riflettori sul dolore dei parenti, sugli sguardi smarriti di chi proprio non avrebbe voluto vedere altre bare con il tricolore allineate davanti ad un altare, resta – come ormai per una tradizione tutta italiana – la polemica sull'Afghanistan, sulla opportunità di proseguire questa missione, definita di pace.
Al termine “pace” non ci crede nessuno. Non ci crede quell'uomo allontanato durante i funerali dei sei parà uccisi a Kabul che al grido-litania di “pace subito” ha interrotto, per un attimo, il pathos della cerimonia solenne. Non ci credono molti italiani, stanchi di veder ritornare da terre lontane giovani in divisa avvolti in baccelli di legno di mogano. Non ci credono molti politici e parlamentari che, forse, più sensibili all'idea di continuare ad attrarre l'elettorato, si sbracciano nel sostenere “via subito dall'Afghanistan”. Con buona pace di chi ormai ci è morto in questa missione, credendo di far parte di un progetto più alto, più grande, giusto al di sopra e al di là della propria stessa vita.
Ma l'Afghanistan non è un argomento da liquidare semplicemente schierandosi da una parte o dall'altra della “barricata”: tra chi vuole e chi non vuole che l'Italia continui a sostenere con uomini e mezzi la missione Isaf, la missione dell'Onu.
Magari fosse possibile.
L'Afghanistan ha una lunga storia, una serie di “questioni strategiche” che rendono quello Stato circondato dalle montagne, esso stesso distesa di montagne, un elemento centrale nell'equilibrio geopolitico del mondo. Gasdotti da far passare, miniere di pietre preziose, campi sterminati di oppio, basi fondamentali del terrorismo...
Lo sa bene Obama che, in questi giorni, è combattuto tra gli americani, stanchi come noi della guerra, e l'obbligo morale – oltre che economico – di proseguire una missione intrapresa otto anni fa.
Lo sanno bene i militari – italiani e non – che tra Kabul, Herat e Kandahar vivono ogni giorno accanto ad uomini e donne dai lineamenti ambrati, dai capelli lucidi e scuri, dagli abiti perennemente polverosi, a loro volta stanchi di bombe, sventagliate di mitra, fucili imbracciati e case da ricostruire, continuamente, periodicamente.
“Italiano fratello” gridavano i ragazzi afgani al passaggio dei mezzi militari per vie di Kabul. Fratelli, per quella ospitalità data al loro re negli anni '70 quando fu costretto all'esilio. Fratelli perchè, diversamente da inglesi e russi, gli italiani non si erano “macchiati dell'onta” di voler occupare la loro terra
Gli afgani, gli ex combattenti di Ahamad Shah Massoud, il leone del Panjshir – lo stesso che fu assassinato dai terroristi solo 48 ore prima dell'attentato alle Torri Gemelle; lo stesso che, alle Nazioni Unite aveva pregato la comunità internazionale di intervenire nella sua terra, per non lasciarla in balia di terroristi che poi avrebbero allargato i loro tentacoli in tutto il mondo – disdegnano gli attentati come quello che è costato la vita ai nostri militari. Quegli attentati vigliacchi, fatti di bombe nascoste in auto killer; quelli che non nascono da un conflitto faccia a faccia. “Quelli non sono afgani” sosteneva uno dei leoni del Panjshir intervistato nel 2006.
E forse aveva ragione.
Fino a qualche mese fa, valeva la regola che, proprio in virtù del buon lavoro svolto dagli italiani nella “missione di pace” - vaccinazioni a persone e animali; realizzazione di infrastrutture, di scuole, di ospedali; ricostruzione dell'impianto giuridico della Repubblica Islamica Afghana – e della storia pregressa tra i due popoli, gli italiani fossero immuni dagli attacchi dei talebani, di qualunque origine fossero. Nei casi rari di attacchi, ci veniva raccontato che i terroristi ignoravano la differenza tra un militare inglese ed uno italiano; che non riconoscevano le bandiere disegnate sui blindati; che non avevano una chiara strategia politica ma si limitavano a diffondere il terrore e la morte.
Oggi, forse, una attenta ripresa del dibattito su queste considerazioni inziali è doverosa. Ed è da qui che occorre partire per riconsiderare la missione. Non solo per gli italiani ma per l'intera confederazione di Stati presenti sul territorio afgano.
Sfatiamo il mito che questi terroristi “ignorano” e colpiscono alla cieca.
Hanno dimostrato il contrario attaccando dopo due giorni dal cambio del comando Isaf da mano italiana a mano inglese nel 5 maggio 2006. In quella circostanza, è bene ricordarlo e non solo sulla scia dell'emotività, morirono il capitano dell'esercito Manuel Fiorito ed il maresciallo capo Luca Polsinelli. Hanno saputo agire con “eccezionale chirurgia politica” quando hanno attaccato la Spagna proprio nelle delicate pre-elezioni, spingendo alla vittoria un leader oppositore dell'intervento militare all'estero. Risultato scontato: gli spagnoli si sono ritirati dall'Iraq lasciando un buco nella “forza internazionale”.
Ormai da mesi si susseguivano, per fortuna senza successo, gli attacchi al contingente italiano. Attacchi che servivano, probabilmente, per “testare” i nuovi mezzi Lince, entrati solo recentemente nello scenario afgano. Mezzi che avevano una efficacia straordinaria, al punto che è stato necessario utilizzare 150 chili di tritolo per avere la certezza di fare vittime.
Il messaggio di rivendicazione dei talebani è stato emblematico: “Nessuno deve sentirsi tranquillo in Afghanistan”. Come a dire: “neppure gli italiani, amati dalla gente, impegnati in un continuo sostegno alla popolazione”.
Dunque, nessuna casualità si può evincere da questo ultimo attentato.
E sarà forse un altro caso ma, proprio il 17 settembre scorso, in Italia si sarebbe dovuta svolgere la cerimonia ufficiale del cambio al vertice dello Stato Maggiore dell'Esercito. Ad un generale noto per le sue doti “manageriali” e "tattiche" (Gen di C.A. Fabrizio Castagnetti) succedeva un generale dal piglio decisamente più “interventista”, un militare decisionista e forse meno propenso al “guanto di velluto” (Gen di C.A. Giuseppe Valotto già Comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze “il Nostro Pentagono”). Questo si può e si deve aggiungere al fatto che, in occasione delle elezioni, sono stati inviati cinquecento uomini in più. Un impegno aumentato, chiesto dagli Alleati e derivato da un Governo di centrodestra più propenso a far sentire il proprio peso, nelle missioni all'estero, attraverso lo strumento militare.
Alle coincidenze non è più il caso di credere. Quanto meno per evitare ulteriori pericoli ai giovani che, in divisa, sono costretti – per convinzione, per amor patrio o per obbedienza – a fronteggiare in terra straniera, le rappresaglie dell'opposizione armata.
Proprio come quando l'attuale ministro Calderoli, qualche anno fa, si permise di mettere la maglietta con le vignette satiriche contro gli islamici. Poi toccò agli italiani all'estero ripararsi dalle minacce, cercando di evitare le sassaiole – quando è andata bene – o magari proiettili e le bottiglie incendiarie.
Come di certo espone a molti rischi la falla aperta dal Ministro Bossi nella maggioranza di Governo (L'ultimo attentato contro gli italiani proprio ieri alle porte di Herath). E' facile comprendere, infatti, che se gli oppositori armati (o terroristi) dovessero percepire di aver aperto un varco nella volontà politica, cercheranno altre vittime italiane. E mentre la Lega Nord avrà forse l’1% in più di voti ed una poltrona in più in Parlamento, gli insorti otterranno di aver minato la volontà e le certezze dei nostri soldati che si sentiranno sempre meno sostenuti dal loro Paese. Un ritiro, anche solo annunciato, potrebbe presto far capire al popolo Afgano che non ha altra scelta se non quella di cedere alle pressioni dell’arroganza e della violenza dei tanto temuti – e a buona ragione - talebani.
Forte l'intervento del generale americano McCristal: “più uomini entro un anno, o non se ne uscirà mai”.
Obama tentenna. Giustamente, chiede che questo aumentato impegno venga avviato solo previa “conversione” di quella strategia che, fino ad oggi, non ha dato risultati significativi.
Alcuni generali italiani concordano con il presidente statunitense. Disponibilità piena ad aumentare il contingente, ma a patto che in Afghanistan vengano impegnati anche più civili e più risorse economiche per far fronte allo sfaldamento socio-culturale afgano. Come a dire che – e lo dice anche McCristal – non è più tempo per pensare solo alla sicurezza, allo stanamento dei terroristi. Alle azioni contro i talebani occorre affiancare una più decisa azione di sostegno alle popolazioni, proprio come fatto fino ad oggi dagli italiani.
Maggiori investimenti nelle infrastrutture – che consentirebbero un più diretto controllo sul territorio così esteso - maggiori interventi sulla scolarizzazione dei bambini; maggiori controlli sulle istituzioni pubbliche, per evitare la scia di corruzione che pare macchiare in troppi punti la giovane amministrazione afgana; una più significativa preparazione dell'esercito afghano. Aiuti alla ricostruzione e alla diffusione dei mezzi di comunicazione. E risoluzione della questione “oppio” ormai da troppo trascurata e non affrontata con il dovuto impegno.
Non è più sufficiente dire che “bruciando i campi di oppio si lasciano molte famiglie nella totale povertà”; non basta più lamentarsi del fatto che i contadini rifiutano la riconversione delle coltivazioni perchè guadagnano più a vendere l'oppio che il grano – ai prezzi stabiliti dal mercato mondiale e insufficienti per risollevare un'economia disastrata dalla guerra.
I militari da soli, insomma, non possono essere la risposta ad una questione ben più complessa. La loro presenza non è affatto evitabile, superflua, inopportuna. Ma non basta. E lasciarli a rischiare senza consentire loro di rendere un servizio davvero utile alla causa afghana – e internazionale – è un delitto. E' all'origine di quel senso di colpa che è stato espresso così bene da Bossi dopo la cerimonia di commiato dai nostri militari uccisi nella capitale afghana e che consente, a chi resta sempre perplesso davanti ad una divisa (comprese le Organizzazioni non Governative che operano, finanziate, nei teatri come l’Afghanistan, rifiutandosi in molti casi, di collaborare con i Militari “per distinguersi” dicono, disperdendo risorse e muovendosi scoordinate) di chiedere la “pace subito” senza comprendere che una qualsiasi forma di pace, lasciando l'Afghanistan, sarebbe assolutamente utopica, praticamente impossibile.
Ndr: Per rendere un concreto omaggio alle vittime italiane e non solo che, fino ad oggi, hanno perso la vita in missioni di pace all'estero, dalla prossima settimana sul nostro quotidiano, pubblicheremo articoli, foto e video inediti di un viaggio in Afghanistan avvenuto, con vettore militare, nell'aprile 2006.

