Tra una castagna e una lenticchia…

E incontro il sindaco a Siena food convention

di Silvana Biasutti
SIENA. Leggo, su un autorevole quotidiano, la puntuale osservazione di un agricoltore (appartenente a un’associazione di categoria) sulle procedure truffaldine con cui si accreditano le castagne provenienti da altri paesi (Turchia, paesi dell’Est e perfino Corea) come italiane. Il trucchetto è il solito: “confezionate in Italia”, magari con l’aggiunta di una bandierina tricolore e il gioco è fatto. La gente pigra e credulona non controlla più di tanto, anche se nel retro cranio un sospetto forse ce l’ha.
Ma dato che ogni giorno, se si ha il coraggio di informarsi, si scoprono raggiri e truffe, corruzione e collusioni, uno non vede l’ora di prendersi una pausa e – in questa stagione – arrostirsi un po’ di castagne da assaggiare guardando la bella montagna dalle cui pendici si suppone provengano. Purtroppo pare che spesso si supponga male, perché finalmente anche le associazioni agricole stanno toccando con mano le storture e le deviazioni che mettono a repentaglio le nostre produzioni agricole di qualità.
Chi ha l’abitudine di leggere le etichette di ciò che compra, anche per rendersi conto della veridicità dei nomi che legge sui pacchetti (“Marrone di Marradi”, “Castagne dell’Amiata” e altri che evocano monti e valli della bella Italia), se s’impunta a leggere fino alle estreme conseguenze, in corpo cinque su sei (per chi sa quanto piccolo è scritto), scopre che il prodotto – le castagne, ma anche le lenticchie – sono italiane, nel titolo solo perché sono confezionate nei luoghi della tipicità dove giungono da oltremare, spesso oltreoceano.
L’ho scoperto anni or sono sui pacchetti delle “lenticchie italiane”, confezionate a Castelluccio e sottolineo “confezionate”, perché se poi si va a leggere sotto la foglia fatta di stelline, c’è scritto (minuscolissimo) agricoltura non UE. Infatti spesso mangiamo lenticchie persino canadesi, credendo di rimirare i bei campi sotto Castelluccio, con le coltivazioni che formano campiture colorate di rara bellezza.
Sì, perché ormai è risaputo che la bellezza di un luogo aggiunge valore ai prodotti che vi nascono, e lì vengono lavorati; forse perché si presume che vivendo in mezzo alla bellezza, anche ciò che si fa diventa più buono. E vorrei ribadire che è vero, cioè sarebbe vero; ma vorrei anche segnalare che siamo troppo faciloni e non stiamo a guardare per il sottile, sapendo che la gente è disattenta, credulona (e talvolta anche un po’ stupida). Lo scrivo sapendo che ci sarà chi si inalbera, ma lo sottolineo perché ci si renda conto che nel nostro paese – paese produttore di agricoltura eccellente – non si riesce a mangiare una noce italiana, una castagna nostrana, un pomodoro, un cece (turchi e canadesi), una pera, e nemmeno una lenticchia italiana.
Poiché è risaputo che il valore che viene aggiunto a un prodotto agricolo dall’essere accreditato come italiano, lo rende più costoso, spesso si dice che “quelli italiani costano di più”, di qualsiasi prodotto si tratti, giustificando la scelta di un prodotto forestiero rispetto a quello nostrano. Ma se l’intermediario commerciale addirittura spaccia per italiano un prodotto che non lo è, lucrando sul sull’origine e sul prezzo, allora è truffa e forse falso ideologico.
A chiosa del discorso vorrei anche osservare che forse è meglio comprare un po’ meno di un buon prodotto della cui storia e della cui qualità si è certi, pagandolo un po’ di più. Fa bene alla salute e alla filiera italiana. Ma il mio non è un invito all’autarchia, semmai è un invito a volerci un po’ più bene e a premiare chi in tutta onestà mantiene le promesse fatte al consumatore.
Del resto mi pare che anche le istituzioni importanti ci tengano. Mi è capitato venerdì scorso, in un bel pomeriggio soleggiato, di risalire dal luogo più affascinante di Siena, su su fino a piazza del Campo.
Trascinata da chi mi accompagnava nella bella camminata ho visto che vi si teneva una manifestazione importante: Siena Food Innovation.  Anche se non ho capito bene perché il nome della manifestazione fosse in inglese – non si usa più, non è “cool”, l’ho letto sempre sull’autorevole quotidiano citato all’inizio di questa cronaca – sono rimasta felicemente colpita dal tema, soprattutto quando ho capito che c’era un forte coinvolgimento dei giovani, cosa che mi ha aperto il cuore.
Mi sono avviata verso l’ingresso del Palazzo Pubblico, fendendo autorità e forza pubblica, schierati lì di fuori e ho persino avuto l’opportunità di incontrare, proprio appoggiato all’ingresso il sindaco in persona vestito con il Tricolore, e distraendolo per un breve istante dallo smartphone a cui era intento, l’ho voluto salutare. Gli avrei anche volentieri fatto i complimenti per la bellissima idea di coinvolgere i giovani nei temi del cibo, così importanti in questa bella terra senese (mi veniva da scrivere “provincia”), ma lo smartphone non lo permetteva.
​Confesso che il mio entusiasmo si è un po’ appannato scoprendo, all’interno del palazzo, una serie dibanchetti con persone agghindate con costumi medievali che fingevano di svolgere attività dei tempi, forseper evocare la tradizione, e magari con l’obiettivo di riproporne i temi.Però, pensavo, come sarebbe significativo per l’economia, per il lavoro di tante persone oberate da adempimenti incalzanti, come sarebbe importante per i cittadini che credono in quello fanno, per gli agricoltori oberati dalla burocrazia e penalizzati dal clima, come sarebbe vitale per il mondo del lavoro orfano di diritti logorati dalla politica contemporanea, che una manifestazione sul cibo fosse dedicata a ristabilirne la verità e a proteggere chi lavora bene e onestamente dalla folla di marpioni che campano sul groppone dei lavoratori.