Mps: nulla è cambiato a 10 anni dall’affaire Antonveneta

Il rinnovamento e la trasparenza rimangono una pia illusione

di Marco Sbarra

SIENA. Sono trascorsi pochi giorni dal decimo anniversario di quello che era stato presentato come l’affare del secolo prima di rivelarsi invece“la madre di tutte le distruzioni di valore nel settore bancario”, metafora illuminante regalataci da Nicola Scocca, l’ex direttore finanziario silurato dalla Fondazione Mps nel 2008. L’8 novembre 2007 il CdA di Rocca Salimbeni ratificò tra scene di entusiasmo l’acquisizione di Banca Antonveneta, il “dono” che, è il caso di dire, infiniti lutti addusse ai senesi.

L’evento è passato sotto silenzio, quasi sia stato considerato un effetto collaterale della tragedia del Monte dei Paschi e non la causa. Lo stesso Barbagallo, Capo della Vigilanza di BanKitalia, ha sminuito in questi giorni la sua rilevanza – forse non del tutto disinteressatamente – preferendo focalizzare la sua attenzione sugli “effetti della congiuntura” e sui “comportamenti gravi e fraudolenti posti in essere sin dal 2008 dai precedenti esponenti di vertice”.

Interroghiamoci allora su come funzionò il management di primo livello di Rocca Salimbeni alle prese con l’integrazione di Antonveneta e con quali professionalità, indipendenza e correttezza abbia operato.

Pochi giorni dopo l’acquisizione Mussari e Vigni incaricarono Marco Morelli, all’epoca Vice Direttore Generale, di organizzare e dirigere un gruppo di lavoro interno incaricato di individuare le fonti di finanziamento dell’acquisizione di Antonveneta.

Il candidato naturale per quel compito sarebbe stato il CFO Pirondini, ma la scelta cadde su Morelli poichè il suo superiore non conosceva l’inglese. Questo aneddoto davvero curioso è raccontato dallo stesso Morelli.

Pirondini offre un’altra spiegazione: fu indicato Morelli perché proveniva da una banca d’affari ed aveva esperienza di capital markets. A quale banca si riferisse lo vedremo nella seconda parte.

Del gruppo di lavoro diretto dall’attuale A.D. faceva parte anche David Rossi. L’allora Responsabile dell’Area Comunicazione era quindi perfettamente al corrente di tutti i risvolti dell’operazione, tanto è vero che lo stesso, in una drammatica e mail indirizzata due giorni prima di morire a Fabrizio Viola – pubblicata dal Fatto Quotidiano – scriveva di voler incontrare i magistrati, poiché “Avendo lavorato con tutti, sono perfettamente in grado di ricostruire gli scenari, se è quello che cercano”.

E’ davvero difficile pensare che l’affaire Antonveneta non c’entri nulla con la morte di Rossi.

Un primo problema da chiarire riguarda l’identificazione del CFO del Monte nel periodo che va dal 28 agosto 2008 al 20 ottobre 2008. Daniele Pirondini dichiarò ai magistrati che cessò dal suo incarico di CFO nell’agosto 2008, mentre risulta dai documenti della banca che Morelli fu insediato in quella carica solo il 20 ottobre di quell’anno. Gli stessi riportano che a Pirondini rimase la carica di Dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari.

Se i ricordi di Pirondini risultano esatti viene da chiedersi chi svolse la funzione di CFO in quel lasso di tempo, poiché ufficialmente dopo Pirondini venne nominato Morelli. Questo particolare non è privo di rivelanza, poiché nel Monte dei Paschi di Siena il delicato compito di intrattenere i rapporti con Banca d’Italia – ricordo che Mussari, Vigni e Baldassarri sono stati condannati in primo grado a Siena per il reato di ostacolo alle funzioni di Vigilanza poi assolti in appello a Firenze – è demandato ad una struttura della Direzione CFO che fa capo al Responsabile.

Si dà il caso che la lettera di contestazioni del contratto di finanziamento Fresh stipulato fra Mps e JP Morgan fu inviata da Bankit il 23 settembre del 2008 e riscontrata dal Monte con una missiva firmata da Vigni il 3 ottobre seguente, quindi proprio nel periodo dell’apparente interregno del Direttore finanziario. Chi operava in quel periodo come CFO ne aveva i poteri?

Perché Pirondini dichiara ai magistrati di aver continuato a curare fino a dicembre 2008 – ma solo come collaboratore – l’operazione Fresh e di aver provveduto, in particolare dopo la lettera del 23 settembre 2008 di Bankit, a curare i rapporti con la Vigilanza.

Ci si chiede in base a quali competenze abbia firmato il 1° ottobre 2008 un’indemnity – che poteva risultare esiziale per il Monte – a favore di JP Morgan che gli è costata il rinvio a giudizio nel processo Mps di Milano, tanto più che ammette di non ricordarsi nemmeno di averla firmata.

Altra incongruenza la si rileva nel mancato riscontro di tracce documentali del passaggio tra gli uffici apicali del Monte di atti della massima importanza e nell’assenza di verbali delle presenze agli incontri di vertice, cosicché è quasi impossibile venire a sapere con certezza chi fosse venuto a conoscenza di atti e fatti determinanti.

Mi riferisco in particolare all’indemnity del 15 aprile del 2008 rilasciata da Marco Morelli a JP Morgan il giorno prima del regolamento del Fresh.

Sembra incredibile ma non sussisterebbe alcuna prova tangibile che quel documento che esponeva la banca ad un rischio eventuale di un miliardo di euro sia transitato da Morelli al suo superiore diretto Vigni. La cosa non è indifferente in quanto quest’ultimo il 3 ottobre 2008 firmò la risposta a BanKit senza far cenno alcuno a quella garanzia.

Lo stesso problema si ripresenta per un’altra indemnity firmata, con la preventiva approvazione di Morelli, da Massimo Molinari Responsabile della Tesoreria il 10 marzo 2009 a favore di Bank of New York, incaricata da JP Morgan di collocare i bond Fresh, per risolvere la contrarietà di alcuni obbligazionisti ad approvare le modifiche imposte da Bankitalia al contratto.

Ma pure per la terza indemnity rilasciata il 1° ottobre 2008 a favore di JP Morgan non pare esserci la certezza che Pirondini, suo firmatario, abbia informato Vigni.

Mi domando se nella Direzione Generale esistesse un protocollo, o se non regnasse piuttosto una disorganizzazione deleteria dovuta all’impossibilità di portare a compimento, per di più in tempi ristretti, una missione impossibile come quella dell’integrazione di Antonveneta.

Per valutare la professionalità dei vertici credo sia utile leggere queste due citazioni. Una è di Giuseppe Mussari in qualità di Presidente del Monte dei Paschi di Siena: Questo non è il mio lavoro, e non voglio confonderlo con la professione: tornerò a far l’avvocato, che poi è quello che so fare.

L’altra di Antonio Vigni, ex Direttore Generale: “Fò il coltivatore diretto, c’ho un’aziendina”. Il novello Cincinnato era uomo delle Istituzioni e secondo lui per un montepaschino era normale informare delle decisioni della banca la Provincia o il Comune di Siena in quanto questi erano considerati Istituti di tutti.

Vigni ammette di avere scarse conoscenze in finanza e con umiltà davvero ammirevole riconosce che di quella branca ne sapeva meno di Mussari, il che è tutto dire.

I due personaggi avevano caratteri diametralmente opposti, ma c’era una caratteristica che li univa: entrambi erano made in Pci/Pd.

La poca dimestichezza con la professione svolta dei vertici del Monte però non può spiegare da sola il disastro Antonveneta. Si ha l’impressione che Mussari – chissà se per sua sua volontà o per input superiori – si sentisse investito di una sacra missione da portare a termine con qualsiasi mezzo e a qualsiasi prezzo. Bisogna però riconoscere che nessuno dei vertici se l’è sentita di opporsi in prima persona a quell’acquisizione, nemmeno Morelli, il quale anzi ammise di avere apprezzato l’iniziativa e di non aver espresso opinioni sulla congruità del prezzo.

Per rendersi conto della totale sconsideratezza dell’affare basta andare alle “clausole vessatorie” presenti nel contratto di acquisizione di Antoneveneta: 1) No due diligence 2) No clausole di salvaguardia 3) Pagamento esclusivamente per cassa 4) Pagamento interessi dalla stipula del contratto al closing per circa 234 milioni di euro.

In più, chissà perché non fu effettuato l’agevole controllo preventivo sulla sussistenza di linee di finanziamento concesse ad Antonveneta dalla Capogruppo ABN Ambro, rivelatesi in seguito per un totale di 7,9 miliardi di euro.

Viene quasi da pensare che quel salto nel buio sia stato l’atto conclusivo di un disegno strategico più che un gesto di incoscienza.

1 – Continua

  • Alex

    Caro Marco, ti mancano una serie di indizi importanti, F2l, cassa depositi e prestiti, Bassanini, JP Morgan, Gotti Tedeschi e poi.. aspettiamo la seconda puntata. Nel tuo articolo ci sono un paio di passaggi importantissimi che penso tu abbia riportato leggendo le carte di qualche processo in corso. La domanda che mi faccio leggendo è : ma la Magistratura ? Hai definito chiaramente in alcuni passaggi i ruoli del management in quel periodo. Io , nei processi in corso, molte di quelle persone che tu indichi ricoprire ruoli apicali non le ho viste imputate . Almeno due sono andate a ricoprire incarichi ancora più importanti…

    • Marco Sbarra

      Io credo Alex che alcune delle tue pertinenti domande troveranno risposta nella seconda parte, dove verrà trattato il rapporto davvero “particolare” fra il Monte e una super potenza finanziaria. Verranno inoltre messi in luce i legami di un personaggio che, nonostante abbia inciso per una parte fondamentale nella vicenda Antonveneta, è riuscito incredibilmente come dici tu, “a ricoprire incarichi ancora più importanti”.

      Complimenti Alex per la perspicacia.

  • Luciano Nardino

    Che vi dicevo? E’ solo l’inizio e nessuno può giurare che tra un po’, magari tra uno o due anni, non ci sia una privatizzazione seguita da risoluzione. Era solo questione di dare copertura ai politici di turno e impunità ai loro complici…Ma quanti miliardi si sono spesi per questo?

  • Molte decine, di cui gli ultimi 5,4 dei contribuenti. A tal proposito:
    http://www.associazionebuongovernomps.it/evento/