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Antonveneta: una operazione che ancora non ha un perchè

Alla vigilia dell'assemblea dei soci del Monte dei Paschi di Siena... un po' di storia

di Mauro Aurigi

Alla vigilia dell’Assemblea del Monte sul bilancio 2010 e di quella per l’aumento di capitale, è opportuno ricordare cosa è stato l’ “affare” Antonveneta.

Cinque miliardi (o forse sette) buttati al vento

Nel settembre del 2007, alla fine di una caldissima vertenza, la grande multinazionale spagnola Banco Santander entra in possesso della banca padovana al costo di 6,6 miliardi di euro. Ma gli spagnoli si accorgono di non avere fatto un buon affare: stando alla stampa l’Antonveneta ha perso clientela (-35%), perde depositi (-3,2%), perde il capitale netto consolidato (-4,1%) e perde nel conto economico (6 milioni). Così scorporano dal suo patrimonio l’ottima partecipazione Interbanca (1,6 miliardi) e cercano se possibile un pollo.
Tre o quattro mesi dopo lo trovano nel Monte dei Paschi, il quale poteva bene opporre al Santander il seguente ragionamento: ti libero da quel peso per 3 miliardi, che è il suo valore reale, e ti faccio un piacere … no? … allora per 5 miliardi, che è quanto l’hai pagata al netto dell’Interbanca, non un euro di più … neanche così? … va bene, mi voglio rovinare, ci rimetto, ma mi rafforzo nel nord est e per questo faccio un sacrificio: ecco qua 6 miliardi che è molto più di quanto l’hai pagata … non puoi pretendere di più … tu non puoi pretendere che ti trasformi una perdita in un guadagno e io non posso fare la figura del rincoglionito davanti al mondo …non ti va bene? … allora cercati un altro pollo.
E invece no. Nel giro di un solo giorno, dice la stampa, il Monte decide di fare una figura ben peggiore: travolto da un raptus di folle “generosità” che non ha precedenti nella storia economica mondiale, si impegna non per 6 e neanche 7 e neanche 8 e neanche per 9, ma per ben 10 miliardi di euro (ossia 20.000 miliardi di lire!) per rilevare un’impresa che a 5 miliardi era già un pessimo affare. Al Santander esultano: in soli tre mesi da quel pessimo affare hanno guadagnato 5 miliardi (rendimento: 100% in un trimestre, il 400% su base annua!).

Antonveneta tornata italiana? No, sono 10 miliardi italiani che vanno all’estero!

Incredibilmente si esulta anche al Monte, in Città e nel Paese: come se fossimo ancora in pieno ventennio fascista, i corifei – istituzioni, politici, sindacati, associazioni economiche, la stampa locale e nazionale, la solita clientela e anche Forza Italia senese, che così passa dalla mancata opposizione al sostegno convinto e entusiasta della maggioranza – innalzano peana di ammirazione per la brillante operazione del Mussari. Grandi giornali accreditati che si congratulano per il ritorno in Italia di una banca che dall’Italia non si era mai mossa, e che tacciono sul fatto che invece dall’Italia se ne vanno davvero 10 italianissimi miliardi! Tutti sembrano convinti che il Monte e l’Italia si siano improvvisamente arricchiti di 10 miliardi. Incredibile.

Eppure l’operazione è scellerata sotto ogni punto di vista. All’epoca il Monte valeva 9 miliardi. Ciononostante compra una banca grande la metà (1000 sportelli contro i propri 2000) per giunta dalla salute assai precaria, e la paga una cifra superiore al proprio valore. Anzi non la paga perché in cassa non c’è una lira. Mia madre, casalinga classe 1910, terza elementare, avrebbe capito al volo che queste cose non si fanno, anche ad avere i soldi necessari. Ma non l’ha capito il Mussari che invece è un laureato dei nostri tempi e che da un bel po’ appare sulle pagine economiche di mezzo mondo. Inutile aspettarsi reazioni dagli altri amministratori o da quelli della Fondazione, tutti tenuti strettamente al guinzaglio.

Ma là dove il gioco del danaro si fa duro, là dove nessuno è disposto a sprecare fiato e denaro per i begli occhi del Mussari o del Monte dei Paschi, là dove si sa che i 10 miliardi bisogna pur pagarli e che non è un’impresa da poco per un Monte che ne vale solo altrettanti e che in cassa non ha un soldo bucato, là dove si sa che bisognerà vendere un’enorme quantità di cespiti attivi procurando così un forte indebolimento della struttura patrimoniale e che bisognerà lanciare uno spropositato aumento di capitale (operazioni concomitanti, per giunta, con una crisi spaventosa del mercato immobiliare e mobiliare), là, dicevo, tira tutta un’altra aria. Infatti il giorno dopo l’improvvisa e del tutto inattesa notizia dell’operazione i mercati internazionali approvano l’azione di alleggerimento del Santander premiandolo con un balzo in borsa di oltre il 14%, e puniscono il Monte con una rovescio di oltre il 10%. Le società di valutazione fanno il resto. Alla faccia dei corifei in adorazione, compreso l’on.le Ceccuzzi che ha capito così bene come stanno le cose che ancora oggi inneggia a quell’eccezionale successo (e pensare che uno così rischia di fare il sindaco a Siena per i prossimi 5 anni).

Il Monte indebitato (per la prima volta nella sua storia), la Fondazione dissanguata

Insomma Mussari si impegnò a comprare per 10 miliardi una banca che per sua stessa ammissione ufficiale (Documento informativo alla Bankit del 15.6.2008) ne valeva 3, senza avere una lira in cassa: l’antica cultura della cautela che aveva permesso al Monte, unica banca al mondo, di sopravvivere per oltre mezzo millennio, massacrata. Neanche 20 anni fa era la banca più solida d’Europa e la più liquida d’Italia – qualcosa come 4 o 5 miliardi di euro ai valori di oggi – la massima finanziatrice dell’interbancario (tutte le banche, anche le massime, ricorrevano ai suoi finanziamenti). Ora a poco più di 15 anni dalla privatizzazione e dopo la cura della sedicente sinistra che ne ha assunto il controllo, non c’è più una lira e, dice la stampa, “Mps è tra le banche peggio capitalizzate in Europa”. Ha dovuto indebitarsi pesantemente (il Monte che per la prima volta nella sua storia si indebita!). Hanno sbandierato i risultati degli ultimi anni, ma si trattava per lo più utili inesistenti o virtuali (prelevamenti dalla riserve, cartolarizzazioni, plusvalenze da alienazioni di cespiti accumulati quando la banca era pubblica, ecc.), comunque subito distribuiti per foraggiare gli azionisti privati e le operazioni ben “selezionate” della Fondazione. Quella casalinga con la terza elementare di mia madre, quando aveva in programma un investimento tesaurizzava ogni centesimo per anni se necessario, accumulava non scialacquava.

Il mistero di quei 5 miliardi, forse 7, pagati inspiegabilmente in più ora pesa sul futuro del Monte (e di Siena) come un macigno. Sembra di rivedere una pellicola già vista: quella della Banca 121. Solo che quella fu un’operazione (neanche 1,3 miliardi di euro spesi per “niente”) da dilettanti rispetto a questa. Senza contare che la Fondazione si sta dissanguando per partecipare agli aumenti di capitale, rischiando anche di scendere sotto la quota di controllo (ma che bel risultato: la Banca senese dopo 539 anni finalmente fuori dal controllo della sua città!). Dopo l’ “affare” Banca 121, questo potrebbe alla lunga manifestarsi come il colpo di grazia. Perché non c’è speranza: ai generali che hanno perso la guerra non gli si riaffida l’esercito, ma qui coloro che si sono resi responsabili di simili scelleratezze sono ancora in sella, anzi fanno carriera con retribuzioni da capogiro, mentre, cosa più drammatica di ogni altra, non una sola voce si è alzata per mandarli a casa.

No, non c’è speranza.

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