Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto

Alti e bassi di MPS in borsa

Urge recuperare la redditività: per difendere banca, lavoro e Fondazione

di Red
SIENA. Qualche opinionista, vedendo il titolo MPS non registrare le forti perdite del comparto bancario in borsa, aveva gridato al miracolo. E’ bastato un semplice rimbalzo tecnico, oggi, in cui l’azione dell’istituto di credito senese ha registrato -0,83% a euro 0,2876 a sgonfiare tutto.Il MIB ha fatto +1,60%, Intesa +5,45%, Unicredit +5,46% e così via. La Consob, in giornata, ha confermato che la Fondazione MPS attualmente possiede il 37,5% del capitale di Rocca Salimbeni. E in serata Palazzo Sansedoni ha fermato la vendita ulteriore di azioni in suo possesso (dovrebbe essere alienato un residuo 2%), vendita necessaria per rimborsare i debiti contratti, visto che a 0,28 euro il ricavato non sarebbe sufficiente al piano di rientro sottoscritto con le banche creditrici.
Uno dei principali creditori della Fondazione è JP Morgan, esposto per 525 milioni. Ma l’istituto americano è socio di MPS in quanto ne possiede il 2,72%, e ora guida la pattuglia dei creditori contro il suo socio di maggioranza. In ogni caso le trattative sembrano far intravedere l’accordo in arrivo nel corso della prossima settimana: usare gran parte dei 650 milioni incassati fino ad ora per rimborsar e riscadenzarne una quota. Sembrano in corso anche trattative vecchie per la costituzione di un pool italiano disposto, intorno a Unicredit e Intesa, a rilevare i crediti delle banche straniere, per sventare un ipotetico blitz da parte di istituti esteri sulla proprietà della banca senese, nel caso la prima scelta non abbia successo.
Per la risalita del differenziale Btp-Bund Monti ha scaricato la colpa sulla Spagna e sulla Marcegaglia, che ha osato criticare la manovra della Fornero. La capacità dei politici è sempre quella di negare anche l’evidenza dei fatti, ed è innegabile che il professore della Bocconi l’abbia imparata subito e bene. Le critiche degli analisti di borsa non vertono sull’articolo 18,  ma sul fatto che l’abbondante tassazione non si trasforma in un investimento nella produttività nazionale, in creazione di nuovi posti di lavoro, in aumento della capacità di spesa dei cittadini. Praticamente si rimprovera a Monti di non saper fare l’economista, il mestiere di chi, facendo due conti, sa bene che senza sviluppo non c’è crescita e senza crescita non c’è debito che si possa ripagare né tenere sotto controllo.
Impari da Gabriello Mancini, che ha venduto le partecipazioni (Mediobanca, F2i, Sator, Cassa Depositi e Prestiti, ecc.), che potevano certamente portargli utili per concentrarsi esclusivamente sul titolo MPS che di utili ne darà chissà quando.
Mentre il premier iberico Rajoy ha intimato a Monti “Crisi colpa nostra? Guardi a casa sua!”,numeri alla mano si vede che il giorno che Berlusconi diede le dimissioni (11 novembre 2011) l’indice FTSE MIB era 15.778 punti; alla data dell’11 aprile 2012 invece è a 14.689,84 punti. Niente di che, se non avesse strangolato l’economia italiana tassandoci fino alla morte, come i numerosi suicidi stanno a dimostrare. Dimenticando i miliardi nascosti nei forzieri delle banche elvetiche che potevano portarci 60/80 miliardi di tasse in Italia, con un accordo simile a quello fatto dalla Svizzera con la Germania. O che nel frattempo la Bce non avesse immesso 1.000 miliardi di liquidità nel sistema bancario europeo. In Italia sono serviti a limitare il credit crunch delle banche e il totale collasso del sistema finanziario/bancario. Tanto è vero che è stato proprio il credit crunch a colpire profondamente il bilancio MPS 2011 appena presentato, attraverso la cattiva performance delle commissioni.
Se non si fanno mutui e prestiti, non si ottengono commissioni, è ovvio. Come è ovvio che la prospettiva di trovarci una prima trimestrale 2012 in rosso assieme alle forti vendite di titoli realizzata dalla Fondazione non poteva che deprimere il valore del titolo. Non tutto è colpa della crisi economica.
Ancora nessuno ha saputo spiegare ai lavoratori come si fa a non licenziare se la ditta ha molto meno lavoro rispetto a prima. Ma la diminuzione del lavoro (conseguentemente degli utili) è evidente agli occhi di tutti. Come il fatto che in tre mesi non si è provveduto a snellire la Direzione Generale di tanti pesi morti. Tre mesi in questa situazione è troppo.