Presentata ad Abbadia “La Postilla amiatina”

Vitalità e attualità di un dibattito culturale a distanza di 930 anni

postilla

ABBADIA SAN SALVATORE. Si è svolta sabato (1 Ottobre) la presentazione del libro “La Postilla amitina” Edizioni Heimat, alla presenza di 60 persone e della stampa radiotelevisiva Amiatanews e giornalisti del Corriere di Siena. Dopo l’introduzione del presidente dell’OSA Nicola Cirocco che ha ringraziato il Prof. Giancarlo Breschi per aver messo a disposizione la relazione tenuta al Convegno di Abbadia San Salvatore nel 2007 e gli interventi di Mario Marrocchi, Lauro Seriacopi e Cesare Moroni, si è aperta la discussione e con un contributo in calce alla presente lo studioso Sandro Bilei ha messo in rilievo l’importanza di questo documento.

Abbadia non deve il suo nome soltanto all’illustre cenobio, sorto quasi milletrecento fa in un luogo dove forse si trovavano ancora i resti di antiche are pagane, come recenti indagini archeologiche ci hanno indicato. Abbadia deve al suo monastero quasi tutta la sua vicenda storica e la sua stessa esistenza in quanto agglomerato urbano, fondato nel periodo di massimo splendore del convento.

Il profilo elegante della facciata romanica di quella chiesa, voluta dall’abate Winizo nei primi anni del secolo XI, è forse l’immagine che più di ogni altra simboleggia il paese, riassume e rievoca il suo divenire nei secoli, dato che assai probabilmente il borgo incominciò a svilupparsi proprio quando la grande chiesa abaziale venne costruita. La storia dell’antico cenobio ha accompagnato, per quasi dieci secoli, quella del paese, fino al quel 1782 quando ha avuto termine, in un’epoca e in un contesto profondamente differenti da quelli che li aveva visti sorgere l’uno dall’altro.

Ecco, pochi decenni dopo la costruzione della grande chiesa, possiamo immaginarci che quest’ultima fosse ancora in fase di completamento, in un giorno d’inverno, il notaio Rainerus, in una stanze interne del convento, stava redigendo un atto nel quale un abitante del contando prossimo, di comune accordo con la moglie, donava alcune sue proprietà all’Abbazia di San Salvatore. Appena ebbe terminato di scrivere il testo il notaio per motivi che possiamo ipotizzare o intuire, ma dei quali non abbiamo piena contezza, scrisse tre brevi versi assonanzati a commento di ciò che aveva appena terminato di redigere.

A distanza di novecento e più anni, era il 1087, noi ritroviamo in quei tre versicoli l’eco della nostra storia remota, la traccia delle nostre radici. Quel breve commento fu scritto in un idioma assai prossimo a quello che allora si parlava: una lingua neolatina, che del latino, la lingua nella quale era stato scritto l’atto di donazione, conservava ancora molte caratteristiche e dal quale ancora non si era affrancato. Quello che noi potremmo definire un commento a quel rogito notarile costituisce una delle prime attestazioni scritte di una parlata volgare italiana, e la prima in assoluto proveniente dal territorio della Toscana.

Quei tre piccoli versi ci aprono una finestra nel tempo, ci consentono di scorgere, anzi, di percepire un mondo lontanissimo dal nostro, nel quale però avvertiamo affondare le nostre radici, quelle della nostra sensibilità, del nostro di pensare, del nostro modo di intendere la realtà che ci sta di fronte. Lì ritroviamo la scaturigine della nostra lingua, un elemento fondamentale, forse il più importante, della nostra identità.

Dopo così tanti secoli siamo ancora a chiederci che cosa significassero in realtà quelle poche parole, quale fosse il motivo che spinse Rainierus a scriverle. È dal desiderio di conoscere queste risposte, di renderle più precise e attendibili, che nasce il nostro interesse per quello che non è soltanto un “monumento” linguistico, ma è come una foto sbiadita di ciò che è stato il nostro mondo, prima di diventare come lo conosciamo; una foto che con tutti i mezzi a nostra disposizione ci sforziamo di far diventare più nitida e attendibile.

Questo è il motivo per cui si è ritenuto necessario fare il punto, oggi, nell’ottobre del 2016, su quanto gli studiosi hanno scoperto o ipotizzato in riferimento a questo breve e prezioso testo, nel quale sembra che latino e volgare si mescolino in un gioco bizzarro, nel quale noi moderni percepiamo la condizione di chi doveva scrivere, per motivi storici e sociali molto complessi, in una lingua che non era quella che abitualmente parlava e dalla quale avvertiva sempre più la distanza.

Nella nostra Postilla, l’idioma parlato, il volgare fa “un’irruzione” imprevista e improvvisa nel testo scritto, dominio incontrastato del latino, la lingua del diritto e della cultura; ma non più ormai da secoli, la favella che si udiva nelle campagne, nei borghi, nei castelli, nei conventi.

È come se una nuova civiltà emergesse dalle vestigia di una ormai vetusta; in queste righe la intravediamo, guardarvi più in profondità sarà come guardare dentro ciò che siamo noi.