Mostra Ambrogio Lorenzetti: un progetto che dura da tre anni

di Giulia Tacchetti

SIENA. Tutto parte nel 2015 con l’iniziativa “Dentro il restauro” (grazie al contributo del MiBACT per Siena Capitale Italiana della Cultura 2015), che ha portato dentro il Santa Maria della Scala alcune opere dell’artista che necessitavano di restauro: il ciclo di affreschi della cappella di San Galgano a Montesiepi ed il polittico della chiesa di San Pietro in Castelvecchio a Siena. E’ nato così un cantiere “aperto”, perché i turisti in visita potevano vedere direttamente i restauratori durante il lavoro e nello stesso tempo dialogarci. Altri due cantieri sono stati aperti nella chiesa di San Francesco, per il recupero degli affreschi nella sala capitolare dei frati e l’altro nella chiesa di Sant’Agostino, per il recupero delle storie di Santa Caterina e gli articoli del Credo. Sono tornati così a rivivere opere che sia per il forte deterioramento sia perché fuori dal circuito del turismo più frettoloso (dalla Piazza del Campo al Duomo) erano poco conosciute. Soprattutto le scoperte avvenute durante il restauro, rifacimenti legati ai ripensamenti dell’artista, hanno spinto a conoscere meglio il pittore, uno dei più importanti del ‘300, ma poco noto nell’insieme della sua attività artistica agli spettatori, che lo hanno da sempre legato alla fama degli affreschi del Palazzo Pubblico: le Allegorie e gli Effetti del Buono e del Cattivo Governo in città e nel contado, manifesto della politica intelligente del governo dei Nove.

Ancora oggi gli affreschi sono presi ad esempio per ricordare, soprattutto alla nostra classe politica, il “bene comune”, ormai da anni dimenticato. Inoltre mancava ancora da parte degli studiosi una moderna monografia scientifica su Ambrogio Lorenzetti. L’iniziativa di ricostruire la sua eccezionale attività non poteva che partire da Siena, che conserva la maggior parte delle sue opere, anche se numerosi sono i prestiti: dal Louvre, dalla National Gallery, dagli Uffizi, dallo Stadel Museum di Francoforte, dalla Yale University Art Gallery… La mostra si presenta come qualche cosa di diverso rispetto alle altre presenti in Italia, come quella di Van Gogh a Vicenza, o a quelle del passato tenute a Siena, Duccio (2003) , il Rinascimento a Siena (2010). Secondo le parole di Pittèri la mostra su Duccio ha rappresentato un’epoca, questa è monografica. Il punto di vista ed il taglio sulla mostra di Ambrogio è completamente diverso: “Siamo arrivati fin qui facendo ricerca”.

Il restauro è stato legato anche a profonde esigenze conoscitive, di studio e di approfondimento, che hanno legato gruppi di lavoro diversi (Comune, Università, Soprintendenza). Il valore culturale è ancora più forte delle precedenti esposizioni, perché va a scoprire un autore poco conosciuto. Che cosa emerge quindi dalle varie ricerche? Che Ambrogio è un uomo avanti rispetto ai suoi tempi, perciò esce fuori dagli schemi. Quello che realizza è veritiero; cerca il dettaglio e la raffinatezza, ma percepisce anche la psicologia dei personaggi. Nella Maestà di Massa Marittima (1335?) riesce a rappresentare cose impalpabili: l’odore dell’incenso degli angeli, il profumo dei gigli, che si riversa sul volto della Madonna. Anche l’elemento naturale trova una rappresentazione molto vicina alla realtà. Nella Tempesta sulla città di Tana, proveniente dal chiostro del convento di S. Francesco a Siena, l’autore, per raffigurare la tempesta, non usa l’oro, ma la tempera, anche perché è un affresco e, per rappresentare il cielo usa l’azzurro dei lapislazzuli insieme alle nuvole. Dio, per punire del martirio dei frati (oggi non visibile), scatena la tempesta con raffiche di vento e chicchi di grandine, di cui si possono vedere solo le impronte, perché mancano numerose parti dell’opera.

Molto interessante è risultato il restauro degli affreschi staccati dalla cappella di Montesiepi e le sinopie, che nell’Annunciazione mettono in evidenza un ripensamento dell’autore per volere dei frati. Ambrogio inizialmente dipinge la Madonna impaurita, aggrappata ad una colonna all’apparire dell’arcangelo; poi la corregge secondo l’iconografia corrente e la rappresenta con le mani incrociate sul petto, pronta ad accettare il volere divino. Da qui la sensibilità dell’artista nella rappresentazione della psicologia dei personaggi. Elementi iconografici innovativi si possono cogliere anche nella Maria Regina in trono nella cappella di S.Galgano. La Madonna nella versione originaria era priva del Bambino e reggeva nelle mani uno scettro ed il globo, l’immagine lorenzettiana fu sostituita e corretta con un’altra reputata più adatta e più attuale.

La mostra (dal 22 ottobre al 21 gennaio 2018) riserva veramente delle sorprese anche per chi reputa di saperne abbastanza sui pittori che operano a Siena nel Trecento ed è importante rilevare la peculiarità delle opere non sempre percepibili a distanze maggiori. Notevole il volume catalogo (Silvana Editoriale) nell’affrontare l’intera vicenda artistica del pittore: le opere conservate e quelle perdute, il loro linguaggio figurativo ed i programmi iconografici, la destinazione e la funzione dei dipinti.