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Lo società del postmoderno di "The country"

La Corinne di Laura Morante e contenuta e cerebrale

di Giulia Tacchetti

SIENA. Sabato 12 gennaio è andata in scena al Teatro dei Rinnovati la replica di “The country”, testo scritto da Martin Crimp, uno dei più notevoli drammaturghi inglesi degli anni ’80, con la regia di Roberto Andò. La pièce, rappresentata nel 2000 al Royal Court Theatre, ottenne critiche positive per la lucida rappresentazione della società contemporanea con rimandi a Beckett e Ionesco.
Lo spettacolo prende inizio da un antefatto: Corinne (Laura Morante) rivolge al marito Richard (Gigio Alberti), in maniera sempre più incalzante, domande sulla donna che ha portato a casa, avendola trovata, sostiene lui, sul ciglio della strada svenuta. La ragazza si è sentita male perché drogata o perché ubriaca? Aveva una borsa con i documenti? Richard si sarebbe comportato nello stesso modo se si fosse trattato di un uomo ubriaco, sporco di fango e vomito? Il dialogo diventa sempre più serrato ed i troppi perché della moglie rimangono senza una risposta, senza una verità: i due si conoscevano? Richard e Corinne hanno deciso di trasferirsi in campagna con i figli lontano dalla vita frenetica della città, in cui vivere sereni circondati dal verde dei prati e degli alberi. Di chi è stata la decisione? Anche in questo caso non c’è risposta. La rappresentazione manca degli approfondimenti psicologici dei comportamenti e dei caratteri, ma è intensa nel far balenare davanti ai nostri occhi verità nascoste. La storia procede senza particolari accadimenti, cosa che la rende statica, perché quello che doveva accadere è già avvenuto: la comparsa della giovane donna, Rebecca. Il luogo da ameno diventa cupo, solo una vetrata separa l’interno della casa dall’esterno, popolato di ombre e rumori sinsitri. Dove è andata a finire la bella e rassicurante campagna? Dove la serenità del verde dei prati? La commedia di Martin Crimp non solo è un attacco all’idea virgiliana della campagna come luogo idilliaco, fatto di ordine ed armonia, ma soprattutto racconta il malessere borghese, la decadenza moraledella società contemporanea, costretta al compromesso ed alla violenza a stento trattenuta. I tre attori in scena dialogano sempre in duetto e la rabbia latente esplode con colpi secchi e duri; come in un ring fra Rebecca e Richard emerge un amore torbido che spinge alla brutalità. Nei personaggi la verità può essere solo supposta: resta la menzogna senza nessuna rivelazione e perdono.
Laura Morante si dimostra capace di affrontare ruoli intensi, dando vita ad una Corinne contenuta e cerebrale. Gigio Alberti presenta una dizione ed una gestualità non sempre appropriate al personaggio interpretato, forse gli sono più congeniali i ruoli brillanti come in “Art” di Yasmina Reza. Stefania Ugomari Di Blas interpreta in modo adeguato il suo personaggio. La regia in sintonia con l’autore del testo organizza la rappresentazione con la lucidità dei dialoghi ed il minimalismo delle scene.