La postilla amiatina tra filologia e dialetto 2

Seconda (ed ultima) parte dell'analisi di Fabrizio Pinzuti

di Fabrizio Pinzuti

PIANCASTAGNAIO. (Seconda ed uktima parte) REBOTTU. E’ il lemma più controverso di tutta la Postilla. E’ un apax e questo ne accresce la difficoltà di interpretazione. Se è lecito accogliere i suggerimenti che arrivano dall’idioma locale, i badenghi come Romani e come chi scrive in rebottu sentono l’eco del participio passato revolutus sostantivato del verbo latino revolvere, nella forma sincopata riscontrabile analogamente in “rivoijttu”, participio passato dei verbi rivoltarsi e rivolgersi: “mi so’ rivojttu ne ‘llettu tutta la notte” e “mi s’è rivojttu come n’aspitu”. La trasformazione della v in b può spiegarsi con il betacismo, “fenomeno fonetico consistente nel passaggio dalla consonante labiodentale fricativa sonora v alla corrispondente bilabiale occlusiva b, frequente nei dialetti dell’Italia centrale, nel sardo, corso e spagnolo” (12), ma osservabile anche in altri idiomi: così nervus si trasforma in nerbo. Esiste anche il fenomeno inverso, con labor, tabula e il tardo caballus che si trasformano in lavoro, tavola e cavallo. Ancora una volta ci viene in soccorso il dialetto badengo, proprio sulle trasformazioni di volvo e composti: “abbojglie” corrisponde ad avvolgere (“mi so abbojttu da le risate”), “sbojglie” a svolgere (“ho sboijttu tuttu i’ggomitulu”). Esiste pure “conboije” con significato di avvolgere (“porettu, era tuttu conbojttu di cenci” o “da j ffocu”). L’assimilazione regressiva della l alla t (reboltu – rebottu) può spiegarsi con la sottomissione, non rara negli incontri di consonanti soprattutto nelle forme sincopate, del suono foneticamente più debole della liquida (sottomissione probabilmente preceduta dalla palatalizzazione in j – rebojtu– tipica dell’idioma badengo) a quello più forte della dentale. Analogo il caso di “cuttellu” (coltello) in un contesto in cui l’assimilazione, progressiva o regressiva, è fenomeno frequente, anche nei toponimi, come ad esempio in “Bannita” , località nei pressi del paese, da Bandita. Individuata la matrice etimologica, pur con non assoluta certezza ma comunque con buona approssimazione, resta da stabilire il significato. In rebottu il “badengo” Romani vede il significato di voltura, collegandolo alla donazione di Miciarello all’abbazia, interpretazione che non tiene conto dell’idea di reiterazione o ritorno espressa dal prefisso re, senza poi considerare che “voltura” è riscontrabile nel lessico notarile solo a partire dal XVIII secolo. Non sembrano confarsi a rebottu i significati di “piegare indietro, volgere, voltare, rivoltare, rovesciare” – con i derivati revolver, rivolto, rivolta, rivoltella, rivolgimento, rivoluzione. Molto più appropriato appare quello di “rigirare, rimuginare, tornare sui propri passi, ravvedersi, ripensare”, figurato e traslato ma attestato in più periodi e autori: da Terenzio (Andria) a Cicerone (de or. 2, 135 e tusc. 1,12), da Virgilio (aen. 6, 448) a Tacito (ann. 16,2), da Livio (a.u.c. 21,12,9) a Giustiniano (instit., 2, 12). Non è dunque un’ipotesi azzardata considerare rebottu come una forma di participio passato sostantivato con significato di “ripensamento o ravvedimento”, sia per l’utilizzazione storico-cronologica del verbo sia per quello che si può ricavare dall’atto stesso dove la decisione di Miciarello appare, se non sofferta, almeno maturata dopo incertezze. Si tratterebbe di un ripensamento rispetto a una prima decisione presa d’impulso sotto la spinta un mal consiliu ricevuto, ripensamento che il notaio ha saputo tradurre, probabilmente esercitando una preventiva opera di convincimento, nell’ista cartula.

QUI. Come pronome relativo può riferirsi solo a ille o a rebottu, ipotesi quest’ultima da escludere se al participio sostantivato si dà il significato di ripensamento. La Lazzerini

propone di intenderlo come il pronome indefinito qualcuno, ipotesi in teoria possibile ma improbabile, pur in un quadro di approssimazione sintattica, se il pronome viene inserito, come suggerisce la studiosa, in una protasi di una proposizione ipotetica della possibilità priva della particella introduttiva si e con il tempo al perfetto indicativo (“mise”) in luogo del più appropriato – almeno nel latino – congiuntivo per la possibilità riferita al passato.Oltre il verbo, tutto, anche la pesante oggettività di corpu, lascia intendere che il mal consiliu sia non una possibilità, ma un improvvido suggerimento già dato. Condivisibile invece l’ipotesi della Lazzerini che le parole da qui – pronome relativo, secondo chi scrive, non solo per forma e per esclusione ma anche e soprattutto per concatenazione logica – in poi, tutte in volgare e senza la commistione con il latino, siano quelle pronunciate da Miciarello, nella rozzezza e pesantezza cui sopra si faceva cenno, e riportate dal notaio. Sostengono tale interpretazione anche i volgari/popolari li (= gli) come forma pronominale indiretta con valore di complemento di termine e mal, che può essere inteso sia come abbreviazione dell’aggettivo malus che come troncamento dell’avverbio male spesso usato in posizione proclitica (es. malaria, malanno, malcontento). Interessante anche l’evoluzione semantica di mise. Il verbo mittere ha perduto progressivamente il significato originario di “spedire, inviare” (rimasto comunque nel participio sostantivato “mittente”) per assumere quello, da pieno volgare, di “porre, immettere, conficcare, inculcare”. Evidente in ogni caso la “caduta di stile” dei lemmi successivi a qui, che, secondo la proposta qui delineata, costituirebbero il termimus ante quem del ripensamento.

Riassumendo, la Postilla, senza forzarne il testo ma solo interpretandolo, potrebbe essere così letta: “L’atto che espongo è di una persona influenzabile. Possa giovarsi del suo ripensamento chi gli mise nel corpo un cattivo suggerimento”. Non senza quindi un briciolo di soddisfazione personale per il contributo nell’opera di convincimento e di rebottu di un soggetto come Miciarello, il notaio giudica positivamente per il rogante e per la moglie Gualdrada la scelta, esplicitata nell’atto, della donazione dei beni all’abbazia, che non appare un’azione ingiustificata compiuta da un soggetto carente di facoltà logiche, né un episodio di liberalità o di magnanimità di un gran signore, o di qualcuno interessato a comprarsi il suo pezzetto di paradiso, ma la scelta obbligata di un povero diavolo, o cristo che dir si voglia. Fanno parte del formulario notarile ed ecclesiastico il “possidere vitam eternam” e il “pro anime nostre mercede”, nella trascrizione del Leicht (13), addotti a giustificazione della donazione. L’atto stesso, pur non quantificando i beni, lascia pensare a piccoli immobili o loro porzioni, in sintonia peraltro con i processi allora in atto, da un lato di frantumazione, per non dire di polverizzazione, delle proprietà, dall’altro di impoverimento della piccola proprietà terriera particolarmente evidente e grave “laddove le enormi accumulazioni di ricchezze di abbazie o di chiese non permettono opere collettive di bonifica o di dissodamento” favorite invece dai feudatari laici anche per il bisogno di procurarsi fedeli ed armati nelle rivalità con i vicini (14). Non è inverosimile, anzi sarebbe perfettamente in linea con le condizioni dei due coniugi, anziani e forse senza figli, familiari e persone in grado di assisterli, messi dall’età di fronte all’incapacità di lavorare e di provvedere a se stessi e inseriti in un processo più generale di ulteriore impoverimento dei ceti meno abbienti, che la “donagione” sia il corrispettivo dell’assistenza ricevuta dall’abbazia o ad essa richiesta o condicio sine qua non può essere richiesta. Va tenuto al riguardo presente che quello dei coniugi Miciarello e Gualdrada potrebbe essere un caso tutt’altro che isolato. “Nell’XI secolo una concomitanza di cause moltiplica il numero dei poveri e la Chiesa si trova chiamata a misurarsi con la loro condizione, soprattutto a causa delle gravi carenze alimentari, delle malattie e delle epidemie, dello stato di bisogno causato da guerre e dal tempo inclemente. Artigiani, contadini e piccoli lavoratori che dipendevano dal lavoro delle proprie braccia cadevano velocemente nella povertà se impossibilitati a lavorare. Non a caso le parole “povero”, “indigente” (il povero che non ha da mangiare e vive solo di assistenza) e “ammalato” diventano in questo periodo quasi sinonimi. La contrazione di debiti con gli usurai faceva precipitare in una povertà, dalla quale era difficile risollevarsi, anche le categorie quali vedove e orfani” (protette dalla chiesa e specificatamente dall’abbazia, come testimoniano, pur se per periodi di poco posteriori, le iscrizioni tuttora leggibili negli architravi degli ingressi sotto la porta di accesso alla piazza del monastero). “Attraverso l’esercizio quotidiano della misericordia”, anche se non disgiunto da aspetti economici di vero e proprio business (15), “si percepiva di far parte di un’unica comunità nella quale tutti dipendevano da tutti gli altri. Pur tra mille contraddizioni, l’atteggiamento verso i bisognosi rispondeva al messaggio cristiano della carità, fraternità e solidarietà” (16). Col crollo definitivo di quel che rimaneva dell’impero carolingio era scomparsa anche l’organizzazione civile che aveva consentito, per secoli, la sopravvivenza del più sfortunati. “Fu allora che le istituzioni della Chiesa si

presero carico di questo aspetto della vita sociale. I monasteri non erano soltanto isole di preghiera e di cultura ma diventavano attivissimi centri economici, che trasformavano il territorio in cui s’installavano. Alle porte dei monasteri, dunque, i poveri avevano la certezza di trovare sempre da mangiare e anche un ricovero. A partire dall’anno Mille furonocreatigliostelli(“hospitalia”),ricoveriorganizzatiperaiutare i poveri, gli ammalati”, i non autosufficienti di lungo corso, non solo i pellegrini di passaggio e i viandanti. In termini più chiari, le risorse della carità sono legate alle attività economiche, mercantili, ma soprattutto agricole nel Medioevo. Il capitale del patrimonio delle chiese era allora costituito da terre del fisco (insieme di beni e terre di proprietà reale), dalle eredità dei chierici e dei vescovi, a cui si aggiungevano le donazioni immobiliari ottenute nelle parrocchie (terre, vigne, schiavi ed animali). Tutti questi beni rimanevano di diretta pertinenza e gestione delle abbazie e dei monasteri. L’assistenza dei poveri rimase alla Chiesa ed ai piccoli complessi nei qualila società medioevale si risolveva. A tutti quelli poi che, in caso di bisogno o nel procinto di cadere nella miseria, non trovavano in una qualche comunità od associazione un appoggio, la Chiesa offriva un asilo nei suoi numerosi conventi e ricoveri di malati e indigenti, un dormitorio, un refettorio, una chiesa o una cappella adiacenti alla struttura principale. Erano luoghi in cui, nel nome della carità cristiana, si distribuiva più o meno gratuitamente da mangiare, si poteva fruire di un letto, del calore di un fuoco e di qualche cura ambulatoriale” (17).

Inoltre, al di là delle linee storiche generali, Mario Marrocchi, borsista dell’Istituto Germanico di Roma che ha ricevuto dal compianto Wilhelm Kurze il testimone di guida degli studi sull’abbazia del San Salvatore, ricorda che non solo “Ranieri doveva essere uno dei professionisti dello scrivere più vicini al monastero amiatino nei decenni della seconda metà del secolo XI”, ma anche che “alla fine del secolo XI i monaci facevano riferimento al potere regio e a un’organizzazione di questo sul territorio .. e nei fatti oramai praticavano a loro volta forme di potere signorile e con ciò appaiono ben coscienti del grado di consunzione della stessa tessitura organizzativa territoriale regia” (18). Miciarello, tutto interessato a risolvere il suo caso, non poteva capire i risvolti economici e politici dell’operazione in cui era coinvolto, percepiti invece da Rainerius, ovviamente non nei termini di uno smaliziato storico moderno come Marrocchi.

Insomma riadattando il titolo dell’articolo della Lazzerini alla situazione delineata in queste note, tutti fanno il proprio “mestiero”, anche davanti alla storia: Raniero che ha saputo conciliare le sopravvenute esigenze di Miciarello e della moglie Gualdrada, con quelle, non meno concrete e sostenute da ben altra forza politica, dell’abbazia; Miciarello che, rappresentante del suo tempo e del suo ceto sociale, raggiunge la sofferta consapevolezza della non autosufficienza da cui deriva il ripensamento, maturato anche attraverso i consigli del notaio, che anche così fa il suo mestiero; l’immancabile ille,

Note

12) Carlo Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine, corso introduttivo di filologia romanza, Bologna, Patron, 1949

(13) Op. cit. pagg. 424-426

(14) Emilio Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza, bari, 1961, pagg. 107 sgg.

(15) Osserva Paolo Prodi, Cristianesimo e potere, Il Mulino, Bologna, 2012, che l’assistenza in tutta la storia della chiesa ha oscillato tra carità, economia ed esercizio del potere.

(16) ) cfr. M. Mollat, I poveri nel Medioevo, Laterza, 2001; V. Paglia, Storia dei poveri in Occidente. Indigenza e carità, Rizzoli, 2003

(17) U. Benigni, Storia sociale della Chiesa, vol. II, tomo secondo, Milano, Vallardi, 1933; A. Martignoni, Carità e assistenza nel Medioevo. Dio, l’uomo e l’altro, pubblicato In “Mercuriade” del settembre 20.

(18) Monaci scrittori, Firenze University Press, 2014, consultabile in www.retimedievali.it, e in sintesi e senza la bibliografia nel citato volume dell’OSA.