“La grande gelata”: semi di speranza e riflessione

Lo spettacolo di San Gusmè riporta alla mente le migrazioni degli italiani

di Andrea Pagliantini

CASTELNUOVO BERARDENGA. All’incirca ogni trent’anni si è succubi di una grande gelata che si porta via i sogni, le speranze, il sostentamento delle famiglie, e la quiete troppo quiete della campagna è un riscozzar di carte che rimette in pista la voglia di fuggire e di vedere cosa c’è oltre, spinti sì dall’avventura, ma anche dai buchi da fare nella cinta dei calzoni.
Successe nel 1929, e fu l’anno del crollo delle borse e della grande depressione economica che portò a dittature acide e tremende.
Successe nel 1956, con le viti e con gli ulivi che persero la vita e con loro il sostentamento di tante famiglie che sussistevano con quel poco che piegarsi con la zappa e con la vanga sui sassi portava loro.

Successe nel 1985, quando gli ulivi gelarono nuovamente, pochi mesi dopo che il destino portasse via un’idea onesta di questione morale e si aprissero orizzonti infiniti di un craxismo degenere che fece scuola all’arcorismo e al sudiciume sceso dalla Sieve.

Nel 1956 il rigidissimo inverno si portò via gli ulivi, il sostentamento delle famiglie, il sogno ungherese, ma non il rifritto dei preti.

Battere gli speroni sul costato di Ronzinante fu per molti la via di uscita fisica e mentale a un futuro gramo di vanga. Gli arruolatori porgevano sogni a buon mercato, esportavano l’unica cosa che l’Italia poteva esportare: braccia.
Si era noi a imbarcarci metaforicamente sulle bagnarole del Mediterraneo e si solcavano monti, trafori, nebbie e lande per finire nelle miniere del Belgio ripagati di carbone o nelle catene di montaggio tedesche dopo essere passati da Verona, dove dottori tedeschi di buona scuola non badogliana, analizzavano il materiale idoneo all’esportazione.

Un‘urna contenente le ceneri di Agatino Rossi, originario di San Gusmè, fa conoscere due mondi e due sorelle inconsapevoli di esserlo: un’affermata professoressa di architettura in Germania, una buongustaia della Berardenga con la gioia e i casini di tutti i giorni.
Un babbo in comune senza saperlo: un Agatino Rossi fuggito dalla vanga per una catena di montaggio di Wolsfburg con una famiglia tedesca, una famiglia italiana, la certezza di non essere di nessuna parte pur  avendo nostalgia di ognuna.
San Gusmè dimostra di essere il palcoscenico di un grande progetto culturale che grazie all’opera, la costanza, la bravura di Matteo Marsan, si arricchisce di spunti di riflessione e di serate piacevoli in piazza con la televisione spenta.
Attori professionisti miscelati al gruppo teatrale di Castelnuovo che ogni anno produce il Bruscello e temi ricorrenti nella storia delle famiglie,con spettacoli toccanti di emozioni e bravura, con le canzoni della voce struggente di Silvia Tognazzi, i ragazzi delle più svariate altezze impegnati in un affascinante progetto teatrale, Dania Hormann e Ulrich Waller, che con sapiente regia e penna curano i testi degli spettacoli insieme con Matteo Marsan, autori, ancora insieme, dopo il toccante “Albicocche Rosse”, che rievocava i giorni del massacro dei martiri del Palazzaccio.

Tutte le prove, come gli spettacoli, sono seguiti da Vezio Lusini, amabile colonna di San Gusmè, che trovandosi murato fuori dalla sua bottega di sarto dal palco dei musici, assiste attento e commosso a ogni sfumatura dello spettacolo. Semi di riflessione e di speranza che il teatro mette a dimora nei cervelli.

Fotogallery di Andrea Pagliantini