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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto

I Karamazov di Mauri e Sturno ovvero il dramma della famiglia

di Giulia Tacchetti

SIENA. La versione teatrale di Glauco Mauri e Matteo Tarasco (anche regista) dei fratelli Karamazov, prodotta dalla Compagnia MauriSturno/Fondazione Toscana, realizza una versione ridotta rispetto all’originale, per rendere più snello il romanzo di Dostoevskij, puntando sui personaggi principali. Il risultato (la recensione si riferisce alla replica del 26 febbraio) è uno spettacolo di due ore e mezza, che rende fruibile al grande pubblico un testo impegnativo e drammatico, che non conosce né epoca né luogo. Narra gli odi all’interno della famiglia fino all’annientamento fisico. Vogliamo un tema più moderno? La rappresentazione si apre nel monastero in cui si trova Aleša, carattere solare in cerca della verità nella fede. Il vecchio monaco, starec Zosima, esorta il giovane ad entrare nel mondo, perché: “Ci può essere felicità nel dolore, basta amare sempre. Tutti”. Viene così introdotto il tema dell’amore e del perdono. Entra in scena il padre, un eccezionale Glauco Mauri, libertino e dissoluto, odiato dai figli, che confessa al vecchio monaco i suoi peccati: amore per il denaro (“con il denaro si ottiene tutto”), lussuria, tanto da desiderare la donna del figlio Dmitrij, di facili costumi, per questo cerca di comprarla con tremila rubli. Ma allo stesso tempo dichiara di credere in Dio, anche se per ben due volte chiede al figlio Ivàn (un grande Roberto Sturno), che lo accompagna insieme a Smerdjakov (avuto da un’altra donna e che rappresenta il tema dell’ambiguità): “Dio esiste o no?” e Ivàn risponde negativamente. Questi, infatti, introduce il tema di Dio e della sua assenza: “Perché devono soffrire i bambini?”. (Dal monologo del Grande Inquisitore) “ Perché sei tornato? (Dio). Domani io ti ucciderò”. Particolare interesse presenta la questione della legittimazione al male, connessa all’esistenza o meno di Dio: se Dio non esiste, l’uomo è del tutto libero, anche di compiere il male. Ecco che viene introdotto un altro argomento di grande attualità: viviamo in una società in cui tutto è permesso. La distruzione della vita non ha bisogno di giustificazioni. Lo afferma alla fine Smerdjakov, quando confesserà l’omicidio del padre : “Tutto è permesso. Per questo l’ho ucciso”. Entra in scena Dmitrij (Laurence Mazzoni) con irruenza nella sua richiesta disperata di amore. I toni alti e concitati, la marcata gesticolazione gli hanno prodotto qualche critica, non sempre da noi condivisa, in quanto non adatti a rendere l’interiorità del mondo di Dostoevskij, la parte profonda e sotterranea dell’io, dove bene e male sono indissolubilmente legati.

La storia de “I fratelli Karamazov” racconta un delitto: l’uccisione di un padre dissoluto odiato dai figli. Viene incolpato Dmitrij, il figlio a cui vuole strappare una bella mantenuta, condannato poi ai lavori forzati in Siberia. In realtà ad uccidere è stato il figlio illegittimo Smerdjakov, che si impicca. L’alternativa a questo groviglio di colpe è affidata ad Aleša, che guiderà verso un futuro migliore. La rappresentazione alla fine risulta armoniosa e ineccepibile per la presenza di un cast di attori veramente valido, lo straordinario Glauco Mauri suscita anche qualche risata nel pubblico come ridicolo viveur. Ma soprattutto perché sono presenti tutte le caratteristiche dell’autore: l’attenzione ai problemi filosofici e morali (si avverte l’influenza di Kierkegaard) e alle dinamiche dell’inconscio, che presagiscono Freud, si pensi alla doppiezza psicologica dell’io più profondo; la tendenza a spingere le situazioni fino all’eccesso in modo da mettere in evidenza la caduta nell’abisso o la nobiltà dell’animo. Il rifiuto di un narratore onnisciente e la scelta di una narrazione soggettiva, che mostra tutti i movimenti nascosti dell’io, il senso di colpa e d’angoscia, il rapporto complesso tra padre e figlio fanno di Dostoevskij uno degli scrittori dell’Ottocento più attuali.

Al termine della rappresentazione il pubblico presente, purtroppo scarso, forse per il brutto tempo o per il terrorismo del corona virus, chiama gli attori per ben quattro volte per ringraziarli di uno spettacolo così intenso e godibile.