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La giustizia nella Siena che fu

Prosegue con la seconda parte la descrizione dell'amministrazione della giustizia senese

di Augusto Codogno

SIENA, Ci eravamo lasciati descrivendo alcune pene comminate a chi contravveniva al “Bando delle Feste” ed in particolar modo a coloro che lavoravano di domenica.

Il “giorno santo” era infatti il giorno del riposo e della preghiera e non era permessa nessuna attività, neanche in campagna.

Gli addetti all’ordine pubblico (famigli), lo sapevano bene tanto che sanzionavano spesso e volentieri tutti quei poveracci che per vari motivi contravvenivano alla regola del riposo domenicale.

Fu così ad esempio che nel 1669 tale Alessandro Stefani, famiglio di Corte, beccò un mezzadro proveniente da Curiano (località vicino a Lucignano d’Arbia) mentre scaricava farina all’Osteria del Pavone (Siena, fuori Porta Romana) e, il due ottobre dello stesso anno, mandò a processo un altro contadino reo di aver scaricato di domenica “un saccho di sembola quale consegnò al Oste del Silenzio”, fuori porta San Viene (oggi Pispini).

Nel 1690 tale Alessandro Ugolini, lavoratore di terreni presso Santa Maria a Larnino (Monteroni d’Arbia), chiedeva la grazia al Cardinale per aver contravvenuto al bando delle feste:

Serenissimo e Reverendissimo Principe Cardinale, Alessandro Ugolini Contadino humilissimo, Servo di V.A.R. reverentemente gli rappresenta, come hieri giorno di Domenica nel mentre, che passava per la via del Comune di Santa Maria a Larnino, con un Roncone, che riportava dalla Chiusa a Casa, s’abbatté nelli Sbirri delle bandite, alla vista de’ quali si pose in fuga, ma non ostante fu da essi catturato, e condotto nelle Segrete di Siena e si pretende adesso, processarlo per causa di detto Roncone. Epperò Supplica V.A.R. a volerli far grazia ordinare che sia scarcerato, e gli sia restituito l’istesso Roncone, quale non portava à mal fine. Che della grazia ecc. Quoram Deus ecc.

La corte ecclesiale fu in questo caso abbastanza clemente e così dispose:

Pagata la cattura si scarceri, e li si restituisca detto istrumento Rusticale, né si molesti oltre”.

Naturalmente, se tutte le domeniche era fatto divieto di lavorare, figuriamoci per le festività più importanti come la Pasqua ed il Natale.

Riportiamo ad esempio il caso di Giovan Batta di Domenico (anno 1662) proveniente da Seggiano che chiese la grazia “per essere stato carcerato per giuocare alle carte per le feste di Pasqua e Natale”.

Ed anche il giuoco era soventemente vietato, sia per le festività che nei luoghi vicini agli edifici di culto in quanto considerato un vizio capitale.

La repressione, specie del gioco d’azzardo, fu sempre presente nella legislazione senese fin dal XIV secolo e fu uno dei cavalli di battaglia delle predicazioni di San Bernardino.

Da sempre, i bandi del Capitano di Giustizia di Siena contro i giochi proibiti, venivano letti ed affissi in città e nel contado.

Pubblichiamo ad esempio quello affisso a Monteroni d’Arbia nel 1648:

BANDO CHE NON SI GIOCHI ALLA DRUZZOLA E DRUZZOLONE A MONTERONI.

Per parte del Molto Ill.mo, et Eccell.mo Capitano di Giustizia della Città e Stato di Siena per S.A.S.

D’ordine e comandamento del Serenissimo Principe Matthias di Toscana e suo benigno testo del dì 6 Gennaro 1648 alle preci della Comunità di Monteroni d’Arbia, e suoi rappresentanti per ovviare ad ogni inconveniente, che nascer potesse dal gioco di Forma, Druzzola, e Druzzolone per la Strada Maestra di detto Borgo, con il Presente Bando si notifica a ciscuno, et prohibisce a qualsivoglia persona di qualunque grado, Stato, e conditione si sia, che in avvenire non giuochi per detta Via Maestra dal Canto del Mulino dello Spedale sino a Piè del Borgo al Canto dell’Hosteria dell’Oca a giuoco di Forma, Druzzola, e Druzzolone sotto la pena di Scudi vinticinque, e due Tratti di Fune in Pubblico, da applicarsi detta pecuniaria conforme all’Ordinij e per tal effetto acciò si venga in cognitione delli disobbedienti, e trasgressori. Si ordena, e comanda al Sindaco da Malefitij del detto Comune al referente, e che li tempi sarà, che deva denuntiare per debito di suo offitio, e manifestare tutti li Trasgressori, che giocaranno in detto Borgo di Monteroni, come sopra alla Corte del S.A.S. Eccell.ma sotto la pena di Scudi Cinquanta anzi di Lire Cinquanta, et arbitrio però ognuno si guardi altrimenti. Dato in Palazzo di Giustizia di Siena il dì 10 Gennaro 1648.

Adì 14 Gennaro 1648 in Domenica fu bandito, e pubblicato detto Bando in Monteroni d’Arbia al solito luogo contra Cimitero, et affissato per Pasquino di Piero Regoli messo pubblico di Lucignano d’Arbia come referto questo dì 16 Gennaro a me Modesto Ghezzi Cancelliere”.

Un mondo strano quello dei secoli passati che, mentre tentava di arginare fenomeni come la prostituzione, il gioco d’azzardo, le truffe, l’usura, nello stesso tempo contava un gran numero di farabutti e di millantatori, compreso chi tentava di abbindolare la gente con pozioni magiche e rimedi miracolosi.

Un caso particolare che mi ha colpito è quello testimoniato dal senese Angelo Tesei che aveva assistito a Palermo (anno 1626) all’omicidio di Pietro Prassalli, maritato con Alessandra Bernardini, figlia di Andrea Bernardini, ortolano di Siena:

Ritrovandomi in Palermo circa cinque anni fa in una piazzetta vicino a Frati della Sporta, nella qual piazza era a cavallo sotto un intavolato Pietro Prassalli di Palermo, il quale dispensava cert’olio in alcuni ampollini, quale diceva un olio del Mattiolo distillato contro i veleni et passando vicino ad esso un Ciarmatore con una scatola dove haveva delle Vipere, detto Pietro chiamò il detto Ciarmatore dicendoli dammi questa scatola, e aperta la medesima, prese una vipera in mano dicendo al popolo vedete se il mio olio è buono, et cavata fuori la lingua stuzzicava la detta vipera che gliela mordesse et in un tratto attaccatisili alla lingua la vipera, stette poco et cascò da cavallo et cominciò a gonfiar tutto et di lì fu portato in una Camera locante quivi vicina, dove morì et di poi lo veddi sotterrare nello Spedale Grande della Misericordia di Palermo predetto et così ho detto per la verità”.

Nel 1540 fu processato frate Sisto di Filippo Bazzini per “sacrificio umano per procurarsi sangue di vergine”. Fu accusato del sezionamento del corpo di Maria da Petroio, una ragazzina mendicante il cui cadavere fu portato in casa Boninsegni e smembrato. Di questo caso ne ha parlato anche la d.ssa Ceppari nel suo libro “Maghi e Guaritori Senesi”.

Tantissimi naturalmente anche i reati più gravi ed in particolar modo gli omicidi commessi dal XIV al XVIII secolo. Nonostante fosse da sempre presente la pena capitale per i rei di questi orrori e prevista impiccagione o taglio della testa, le uccisioni erano davvero all’ordine del giorno.

Così ne citerò solo alcune tra le centinaia raccolte.

Ne 1529 fu ucciso in Siena da Battista Micheli di Tatti e da un suo complice di nome Cristofano tale Bizzarro Bellini. Entrambi furono impiccati.

Nel 1602 a Murlo, certo Mariaccio di professione vetturale, assieme ad altri complici, uccisero Pierantonio di Francesco da Tinoni (località nei pressi di Murlo) e ferirono gravemente Bartolo Bartoli. Il fatto avvenne nel cosiddetto “boschetto della Compagnia de’ Bianchi”.

Nel 1606 certi “soldati tedeschi” uccisero a Lucignano d’Arbia Lorenzo Verchiano e ferirono il reverendo Stefano Santi da Jesa. Il fatto avvenne davanti al palazzo dei Signori Bichi.

Nel 1626 furono processati (dopo querela del Capitano di Giustizia di Siena) Ascanio Cerini nobile senese e Deifebo Figliocci per l’omicidio del clerico Livio Doradini, fatto a pezzi e sotterrato nell’orto della casa dove stavano insieme a pigione tutti e tre.

Nel 1632 fu aperta un’indagine contro due sconosciuti per aver ucciso a Siena in via delle Murella il frate Michele Fanucci, di origini lucchesi, dell’Ordine dei Servi.

Nel 1651 furono condannati a morte dal cancelliere del Capitano di Giustizia (tal Giovan Battista Guarisci) tre senesi: Sallustio Ferri, Vergilio Migniani e Giovanni Gherardi, rei di aver ucciso un certo Corti sullo scalino della porta della Chiesa di San Martino.

Il 24 ottobre 1666 veniva ucciso a Ponte allo Spino (Sovicille) Francesco di Mattia Fiaschi di circa 30 Anni. “Fu occiso di una Archibugiata mentre vendeva le Canne al Ponte allo Spino, non ricevé alcuno Sacramento perché de repente morì, et il suo Corpo fu sepolto nel Sepolcro della Compagnia questa mattina”.

Ma a volte a commettere reato erano gli stessi che dovevano garantire la giustizia. Fu così che nel febbraio del 1653 finì inquisito il “famiglio” Giuseppe di Calidoro da Ascoli, poliziotto del Vescovado di Murlo che, dopo aver rubato un cavallo al Conte Placidi in Poggio alle Mura, uccise tale Fortunato Bizzarri abitante alle Bufalaie.

Testimoniarono contro di lui gli altri “famigli” in servizio nel Vescovado di Murlo (Giuseppe di Guglielmo, Antonio d’Ulivieri, Giovan Battista di Carlo, Carlo di Giovan Battista), ma anche Giovan Battista Cerretti, cerusico del Vescovado e lo stesso Vicario di Murlo.

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