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Quando Jacopo della Quercia era “operajo”

di Augusto Codogno

SIENA. Studiando nell’Archivio dell’Opera del Duomo, non si può fare a meno di soffermarci su alcuni decenni del ‘400, periodo nel quale la nostra cattedrale era un immenso cantiere, frequentato da molti giovani garzoni, maestranze di ogni genere e personaggi che poi divennero famosi in tutto il mondo. Come si direbbe oggi il nostro Duomo era una delle “grandi opere” a livello internazionale.

Se, paragonandolo ad un cantiere moderno, avessimo dovuto apporre un cartello con la data di inizio lavori, avremmo dovuto mettere sicuramente un anno agli inizi del 1100 poiché, i lavori di modifica sostanziale della chiesa di Santa Maria (con casa del vescovo) e conseguente trasformazione erano già iniziati.

Nel 1227 gli uffici senesi della “biccherna” evidenziano una serie di pagamenti per i marmi bianche e neri e nel 1259 si registrano uscite per gli arredi del coro, mentre nel 1263 viene pagato il piombo utilizzato per la cupola. L’Opera del Duomo (allora di Santa Maria) era già nata (probabilmente dal 1196) e non era altro che una deputazione di cittadini che si occupavano della costruzione della nostra cattedrale. Dal 1238 al 1285 essa fu amministrata contabilmente dai monaci di San Galgano (cistercensi). A sovraintendere queste opere vi era un “operajo” che aveva il compito di decidere cosa fare, di commissionare le opere di abbellimento, di coordinare le varie maestranze, quindi di scegliere gli artisti, delegare, appaltare, naturalmente col benestare del “capitolo”, mentre ai pagamenti pensava il “chamerlengo de l’uopera”. E fu così che anche uno degli artisti senesi più famosi del quattrocento, Jacopo della Quercia, ebbe a ricoprire questo importante incarico: “operajo”, quindi sovraintendente.

Sfatiamo innanzitutto la leggenda che il nostro artista si chiamasse “della Quercia” perché nativo di Quercegrossa, località non lontana da Siena. In realtà il suo nome era Jacopo (Giacomo) di Pietro d’Agnolo Guarnieri (Siena 1374 circa – Siena 21/10/1438) ed ebbe almeno un fratello di nome Priamo ed una sorella di nome Lisabetta. Priamo fu tra l’altro un eccellente pittore e lavorò a fianco di Domenico di Bartolo negli affreschi della “Sala del Pellegrinaio” dell’Ospedale Santa Maria della Scala di Siena. La dizione “della Quercia”, identifica gli artisti Jacopo e Priamo solo a partire dalla metà del XV secolo, grazie ai “Commentari” di Lorenzo Ghiberti. Nei documenti originali di quel periodo infatti, i fratelli risultano chiamati solo con l’indicazione del padre “Pietri o Pieri”. Dal 1409 si comincia a far seguire al nome di Jacopo anche il luogo di nascita: “de Senis”.

Altri documenti ci parlano poi, quando era già conosciuto per i suoi lavori, di “magister fontis campi”, con chiara allusione a Fonte Gaia o “magister Iacobus” e di quando era sovrintendente dell’Opera del Duomo: “operarius et gubernator ecclesiae cattedralis”.

Il primo gennaio del 1435 prestò di nuovo giuramento come priore per il terzo di Città, (ove si era trasferito dopo il 1430), mentre il 4 febbraio successivo fu candidato senza successo alla carica di rettore dell’ospedale della Scala. Pochi giorni dopo (9 febbraio 1435) venne eletto alla prestigiosa e impegnativa carica di “operaio” del duomo, che mantenne sino alla morte. Fu lui che commissionò a Domenico di Bartolo la serie di affreschi sui quattro Santi Patroni di Siena nella sagrestia vecchia del Duomo di Siena. Purtroppo si dovette assentare per un breve periodo per mantenere alcuni impegni nel cantiere bolognese di San Petronio, ma lasciando delega a due consiglieri fidati: Pietro di Tommaso (del Besso) e Andrea di Giorgio.

L’ultimo dei quattro affreschi “dei patroni” fu terminato solo alla fine del 1438, ma Jacopo non fece in tempo a vederlo perché morì il 21 ottobre di quell’anno. Qualche giorno prima (3 ottobre), aveva fatto in tempo a dettare le sue volontà testamentarie, nominando i fratelli Elisabetta e Priamo eredi universali, ma facendo alcuni lasciti anche in favore dei suoi allievi affinché proseguissero gli studi artistici. Fu sepolto nel chiostro della chiesa di S. Agostino a Siena.

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