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Asciano: la triste storia di due pievi romaniche

La Pieve di San Vito in Versuris ad Asciano

di Augusto Codogno

SIENA. Questa è l’ennesima triste storia di come il nostro patrimonio architettonico e artistico venga lasciato in balia del tempo e dell’incuria, finendo per andar perso o addirittura depredato di alcuni resti di notevole importanza. Stavolta vi parlerò di una Pieve nel Comune di Asciano che ha fatto la storia di questa zona e che ha un’antichissima origine: la Pieve di San Vito in Versuris. Immerso nell’incontaminato territorio delle “Crete Senesi”, questo edificio ecclesiastico dista pochi chilometri sia da Asciano che da Castelnuovo Berardenga. La Pieve di San Vito in Versuris, (detta anche “in Rancia” o “in Creta” ) è ubicata sulla destra dell’antica strada (ancora sterrata) che da Siena porta a Monte Sante Marie. Ci appare in tutta la sua mole su una collinetta nei pressi della località di Torre a Castello.A

Di origine antichissima esisteva già nel periodo longobardo, quando era una della Pievi contese tra il Vescovo di Siena e quello di Arezzo (pergamene del 714/715, vedi articolo precedente in questa rubrica). Il suo toponimo risale sicuramente al periodo in cui venne costruita o potenziata la via che congiungeva le due antiche strade “Lauretana” e “Scialenga” in quanto si resero necessari a tal uopo dei grandi lavori di bonifica del terreno. Per questi lavori infatti vennero fatte delle modifiche al suolo argilloso e cretoso di queste colline tanto che la Pieve di San Vito venne detta “in versuris” che significa letteralmente “zolle che stanno per essere rovesciate”, ma in altre carte semplicemente “in creta”. Ai tempi dei Longobardi però, la Pieve viene descritta come già esistente, anzi, nella carta del 714, viene addirittura definita “antichissima”, lasciandoci immaginare che sia già esistita nei secoli precedenti. Da quel periodo in poi comunque, fu la più importante della zona, quella con il fonte battesimale di riferimento per l’intero comprensorio (assieme a quello della chiesa di Vescona) ed ebbe nei secoli successivi molte chiese suffraganee, tra cui sicuramente la Canonica di S. Clemente a Monte Cerconi, quella di S. Bartolomeo a Monte S. Maria, quella di S. Andrea a Mucigliano, quella di S. Salvatore e S. Maria alla Torre a Castello, quella dei SS. Jacopo e Cristoforo di Giomoli, e quella perduta di S. Michele.

Sebbene restaurata intorno al 1580 (come attesta la iscrizione sulla mensola marmorea sopra l’ingresso), essa rappresenta ancora i segni di uno stile romanico antico, sicuramente del primo secolo dopo il Mille ed è costruita in pietra che sembra quella (sicuramente lo è) proveniente dalla zona di Rapolano. Da sottolineare l’abside che da sola vale la visita a San Vito. Unico e semicircolare, si conclude e si decora in alto con una cornice sorretta da mensole scolpite in forma di teste umane e di animali, tra cui riconosciamo senz’altro un bue. Da citare per importanza anche Il caratteristico campanile a vela, di cui rimane una sola campana, ma che testimonia la primordiale appartenenza alla Diocesi in quanto ha, incisa nel bronzo, la figura a mezzo busto della “madonna delle Grazie” di Arezzo, non dissimile da quello  della Madonna  senese di Provenzano. Pur non essendo ancora “sconsacrata”, la chiesa è chiusa e abbandonata da molti anni e da una parte, manca addirittura il tetto di una navata e intorno l’area è adibita ad ovile e a rimessa di attrezzi agricoli. Lo stato di decadenza era già stato segnalato 8 anni fa da Italia Nostra che aveva segnalato il degrado della Pieve ed aveva coinvolto sia la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Siena, sia l’Istituto per il Sostentamento del Clero che ne dovrebbe essere il legittimo proprietario.

A tutt’oggi rimane difficile anche poter fare un accurato sopralluogo, ma se vogliamo salvare questo piccolo capolavoro dobbiamo fare in fretta. Eravamo o no in finale per la Capitale della Cultura Europea?

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