Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto

Di Mps, Fondazione, Unisi, Scotte non si poteva parlare

Riesumata una lettera che racconta come nel partito fossero tutti argomenti tabu

di Augusto Mattioli

SIENA. “Avremmo perso le elezioni se la Fondazione Mps fosse scesa sotto il 51% del capitale del Monte”. Una persona che faceva politica ai tempi in cui la maggioranza ripeteva un giorno sì e l’altro pure che sotto quella soglia non si poteva andare, lo ha ammesso candidamente qualche anno dopo che la frittata era fatta. Quindi è arrivato il patatrac. Ed ora la Fondazione ha una percentuale di azioni della banca neanche da prefisso telefonico. Non si ricordano prese di posizione pubbliche per sostenere la tesi di andare sotto il 51%, se non quella di Gabriele Corradi, non a caso un bancario che conosceva il mondo della finanza e i suoi meccanismi. Per cui una società per azioni si può controllare anche con percentuali molto minori di quel 51 % ed oltre.

Ci è capitata tra le mani una lettera (rimasta nascosta tra mille fogli .-ndr) che una persona che ormai non c’è più aveva inviato nel marzo del 2012 al quotidiano Repubblica. In essa scriveva diffusamente sulla questione Banca e Fondazione: ci pare meritevole di essere conosciuta.

Nella lettera lo scrivente criticava duramente la classe politica dirigente di allora “riuscita ad azzerare il patrimonio della fondazione Mps che all’inizio era una delle più ricche d’Italia e, anzi, l’ha fatta indebitare di un miliardo di euro per ripagare il quale sarà necessario vendere il 15% della partecipazione della banca”. E ricordava anche come fosse stato necessario dismettere importanti partecipazioni “nonché smobilizzare tutti gli investimenti diversificati rispetto alla partecipazione nella banca, la quale resta pertanto il solo cespite di investimento della fondazione”. Fatte queste premesse nella lettera si pongono alcune domande alle quali ancora oggi non sono state date risposto in maniera chiara. Ne riportiamo alcune tra le più interessanti.

E’ vero che il presidente della fondazione Mps (Gabriello Mancini .-ndr), all’epoca azionista di maggioranza assoluta della banca, fu informato a cose fatte dell’acquisto di Antonveneta? E ancora. Come mai Banca Mps non ha legato l’acquisto con una clausola di salvaguardia con revisione del prezzo dopo avere effettuato controlli e analisi sul patrimonio e sugli assets della banca acquistata? Mps l’ha pagata 9 mld, Botin l’aveva acquistata poco tempo prima per 6 mld, compresa Interbanca, che vendette in parte. Perchè questo trattamento a favore del banchiere spagnolo? Come mai il ministro del tesoro Tremonti autorizzò l’indebitamento della Fondazione per consentirle di coprire l’aumento di capitale della banca per farle mantenere la maggioranza assoluta nella medesima? E’ vero che nel 2005 il sindaco e i diesse di Siena rifiutarono l’acquisizione da parte di Mps della Bnl da effettuarsi in concambio di azioni Bmps/Bnl ( e forse altra azienda di credito ed una assicurazione), perché il governatore di Banca d’Italia del tempo richiedeva che la Fondazione non avesse più del 33% del nuovo gruppo, con il solito argomento del rifiuto di scendere sotto il 50+1 della Banca Mps. Oggi tutti comprendono quale madornale errore fu questo. Infatti se questo progetto si fosse realizzato la Fondazione Mps avrebbe potuto conservare il proprio consistente patrimonio che ora (era il 2012 .-ndr) si è praticamente azzerato.

Infine una considerazione molto amara che la dice lunga su cosa succedeva nel Pd di allora: “Sono un iscritto al Pd che ha cercato in più di una occasione, nel proprio circolo, di affrontare questi problemi, ma mi è stato sempre risposto che questi erano argomenti che il partito cittadino non intendeva discutere nei circoli. Stesso discorso per università, policlinico ecc. Io non sono un antipolitico ma per sopportare tali atteggiamenti ci vuole parecchio stomaco”.

Se ci è consentita un’ osservazione, pensiamo dire che allora i senesi che decidevano come gestire banca e fondazione pensavano di guardare, per la forza economica della città, la grande finanza dell’alto in basso. Ma la grande finanza li ha – diciamo – fregati. Ed ora Siena ha un pugno di mosche.