Ostia, 2 novembre 1975: viene ucciso Pasolini. C’erano tutti

Il plauso postumo - e solo postumo - di un poeta che non fu apprezzato e amato in vita, a destra e neppure a sinistra

di Luigi De Mossi

SIENA. Nel trentennale della morte di Pier Paolo Pasolini, la grancassa mediatica del glamour borgataro picchia forte sul feticcio Pasolini, ormai adottato da tutti, senza pudore e freni, a destra come a sinistra.

Tutti, ma proprio tutti, citano la Roma Pasoliniana delle Borgate, di Pietralata, di Via di Donna Olimpia, del Ferrobedò: ma quella Roma, se è esistita davvero, se non è un sogno poetico di Pasolini stesso, non c’è più, soppiantata da un generone romano finto coatto-televisivo che avrebbe fatto inorridire il Poeta.

Pasolini è stato tante cose, l’ho scritto più volte, ma certamente non è stato un intellettuale alla moda come lo ha fatto diventare una certa consacrazione postuma che è tipica del nostro paese.

Quando uno muore, e la morte di Pasolini è perfetta per creare il mito del poeta delicato e dannato, martirizzato da uno – o più ragazzi di vita – che lui aveva cantato in un capolavoro assoluto della letteratura del secondo novecento (“ragazzi di vita” per l’appunto), viene immediatamente consacrato a qualche idea.

Pasolini, che in vita è stato ripudiato ed odiato da tutti – anche dal partito comunista che all’epoca dei fatti di Casarsa della Delizia, cioè del processo per corruzione di minori, lo aveva espulso dal partito e, di fatto, costretto emigrare a Roma in una fuga disonorata e disonorevole– oggi è l’autore più citato nei salotti ; da quelli della sinistra illuminata a quelli cripto-capitalistici.

Sono tutti lì pronti ad usare l’aggettivo “profetico” per leggere ogni catastrofe del presente nelle previsioni più o meno azzeccate – e molte spesso lo erano davvero – del Poeta.

Chissà cosa avrebbe detto il Pasolini degli “Scritti Corsari” di questo plauso postumo; di tutti questi ipocriti che fino al giorno prima della morte ne aveva criticato usi e costumi non perdonandogli massimamente la libertà di pensiero e l’anticonformismo delle idee, che è peccato mortale in un paese come il nostro, dove, se non si sta dentro una qualunque chiesa o parrocchia, si è subito guardati come anomali ed anormali e giudicati, quando va bene, come tipi strani o, peggio, sovversivi.

Del miglior Pasolini non voglio ricordare l’elogio dei Poliziotti contro i figli di papà, la somma arte poetica e cinematografica, o il Corsaro irriducibile, mi piace invece leggerlo nella morbidezza dell’incipit de “Le Ceneri di Gramsci”

“Non è di maggio questa impura aria

“Che il buio giardino straniero

“Fa ancora più buio, o l’abbaglia

 

“Con cieche schiarite …..questo cielo

“Di bave sopra gli attici giallini

“Che in semicerchi immensi fanno velo

“Alle curve del Tevere, ai turchini

“Monti del Lazio…. “

C’è tutta Roma in questo inizio, c’è tutto Pasolini.

1 Commento

  1. stavrogin

    “Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri.

    Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii: se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti.

    È il coro – un coro democratico – che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale….Io ho qualcosa di generale, di immenso, di oscuro da rimproverare ai figli. Qualcosa che resta al di qua del verbale: manifestandosi irrazionalmente, nell’esistere, nel «provare sentimenti». Ora, poiché io — padre ideale – padre storico – condanno i figli, è naturale che, di conseguenza, accetti, in qualche modo l’idea della loro punizione.

    Per la prima volta in vita mia, riesco così a liberare nella mia coscienza, attraverso un meccanismo intimo e personale, quella terribile, astratta fatalità del coro ateniese che ribadisce come naturale la «punizione dei figli».

    Solo che il coro, dotato di tanta immemore, e profonda saggezza, aggiungeva che ciò di cui i figli erano puniti era la «colpa dei padri».

    Ebbene, non esito neanche un momento ad ammetterlo; ad accettare cioè personalmente tale colpa. Se io condanno i figli (a causa di una cessazione di amore verso di essi) e quindi presuppongo una loro punizione, non ho il minimo dubbio che tutto ciò accada per colpa mia. In quanto padre. In quanto uno dei padri. Uno dei padri che si son resi responsabili, prima, del fascismo, poi di un regime clerico-fascista, fintamente democratico, e, infine, hanno accettato la nuova forma del potere, il potere dei consumi, ultima delle rovine, rovina delle rovine.”
    (P.P. Pasolini, I giovani infelici)

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