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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto

Anche i jeans possono essere ecosostenibili

MILANO. Quando si pensa al concetto di eco sostenibilità, forse la prima immagine che si forma nella mente non è propriamente quella dei jeans, i pantaloni universalmente utilizzati ogni giorno da persone di tutto il mondo.
In pochi sanno che la loro produzione comporta un non trascurabile impatto ambientale.

Come fanno i jeans ad avere un impatto ambientale?

Come illustra l’infografica sulla sostenibilità dei jeans realizzata da Shopalike.it, la fabbricazione dei jeans ha un impatto sul pianeta che interessa tutte le sue fasi.
Shopalike ha evidenziato come, per fortuna, le aziende produttrici si stiano sensibilizzando sempre più sull’argomento, tanto che oggi esistono case produttrici che si possono tranquillamente dichiarare eco-friendly.
La differenza quindi la fa il consumatore: scegliere un marchio piuttosto che un altro significa impattare più o meno sull’ambiente, semplicemente indossando i propri pantaloni preferiti.
Il denim è il materiale fondamentale che costituisce i nostri amati jeans, ma l’industria del denim è anche la maggiore consumatrice di cotone: è stato calcolato infatti che il 35% del cotone totale viene impiegato a questo scopo. L’impatto del cotone sull’ambiente non è indifferente: riguarda l’approvvigionamento idrico.
Infatti, ben 10 mila litri di acqua sono necessari per lo sviluppo di circa un chilo di fibre di cotone, una cifra sicuramente impressionante, a cui nessuno può pensare quando indossa i grandi classici della moda.
La seconda aggressione al pianeta Terra ha luogo una volta che il cotone viene lavorato per assumere le caratteristiche del denim: durante questa fase produttiva si utilizza la caratteristica tintura color indaco, che purtroppo non è propriamente solubile in acqua. Per ovviare a questo inconveniente, le industrie si trovano obbligate a servirsi di metalli pesanti e sostanze chimiche, fortemente impattanti sull’ambiente.
Nel momento in cui è stato ottenuto il denim, esso deve essere convertito nel prodotto finito: il jeans. Anche questo terzo e ultimo step di lavorazione, sfortunatamente, rappresenta una fonte di inquinamento non trascurabile, oltre che di pericolo per la salute degli operatori.
Innanzitutto il lavaggio con pietra pomice sta alla base di un inevitabile danneggiamento di qualsiasi lavatrice industriale professionale, per motivi di usura.
I successivi lavaggi per la creazione dell’effetto vintage si avvalgono del permanganato di potassio, un agente ossidante piuttosto forte chimicamente, tanto da aver dato origine ad un’intera branca della chimica analitica che si basa sulle reazioni di ossidoriduzione (permanganometria).
Volendo prestare attenzione anche alle persone oltre che all’ambiente, si può considerare come i professionisti esposti a tale sostanza non si possano definire esattamente in una condizione di sicurezza, e questo dato di fatto rende i jeans prodotti tradizionalmente sempre meno etici.
Anche l’operazione di sabbiatura, uno dei passaggi finali della produzione, prevede l’impiego di una tecnica pericolosa per la salute degli operatori, infatti è stata vietata ad opera di diverse organizzazioni.
Secondo le rilevazioni statistiche, l’interesse degli acquirenti non è rivolto alla sostenibilità ambientale, ma piuttosto a motivazioni di tipo estetico, ed inoltre sembra che soltanto una netta minoranza di loro sia disposta ad acquistare pantaloni di seconda mano.
Si tratta di dati poco confortanti, infatti se l’attenzione fosse rivolta anche un poco verso la salvaguardia del pianeta, esisterebbe già il modo per scegliere eticamente: Notmystyle e Rankabrand sono due semplici App che consentono di conoscere la sostenibilità dei brand.
Gli stessi clienti, da parte loro, potrebbero limitare l’impatto ambientale lavando i propri pantaloni a mano e con acqua fredda, e al momento di disfarsene sarebbe meglio rivolgersi ad app come Wallapop per rivenderli.

Quando il jeans diventa ecologico

Un’immagine di impatto e sicuramente idonea a sintetizzare la situazione in cui ci si trova attualmente, è quella del jeans fatto di cuore e cervello.
Per preservare il nostro pianeta infatti esistono delle metodiche assolutamente eco-friendly che qualsiasi azienda sensibile alla salute nostra e di ciò che ci circonda, dovrebbe conoscere.
Considerando che l’acqua necessaria per produrre un paio di jeans può arrivare ad 11 mila litri, il primo obiettivo produttivo deve necessariamente essere quello del risparmio idrico. Oggi è possibile, grazie alla scoperta di fibre alternative al cotone: forse nessuno di noi potrebbe immaginare che una semplice bottiglietta di plastica usata può diventare un’importante fonte di fili di poliestere. Analogamente, riciclando moquettes o reti da pesca si possono ottenere ottime fibre di nylon.
Prendendo in considerazione i lavaggi fortemente chimici di impatto ambientale non indifferente legati al fissaggio della tintura, al posto di resine acriliche e metalli pesanti, l’industria può servirsi di materiali naturali ottenuti dai crostacei, come il chitosano, oppure di metodiche come la tintura all’azoto, che riduce nello stesso tempo il consumo di acqua, di energia elettrica e l’emissione di anidride carbonica.

D’ora in avanti, quando matura in noi l’esigenza o il semplice desiderio di acquistare un nuovo paio di jeans, non abbiamo più scuse: esistono precisi brand eco-friendly, in grado di fornirci splendidi indumenti ad impatto zero (o quasi zero) sul nostro amato pianeta Terra.
Informarsi è d’obbligo, ormai: l’eco sostenibilità passa anche attraverso i jeans.